8 marzo 1570: omicidio rituale a Venezia

Tutto, pur di far guerra ai musulmani

“La battaglia di Lepanto”, dipinto da Andries van Eertvelt nel XVII° secolo.

“La battaglia di Lepanto”, dipinto da Andries van Eertvelt nel XVII° secolo.

GUERRA, PER FORZA – L’Islàm ha sempre dovuto combattere suo malgrado.

Gli storici ci dimostrano che, fin dalla fondazione dello stato islamocratico di Medina, le “conquiste arabe” erano sempre dovute alla necessità o di difendersi dal nemico esterno, o di organizzare “guerre preventive”, resesi necessarie contro nazioni confinanti che rifiutavano di stipulare trattati di pace, e dunque preparavano costantemente l’attacco ai musulmani. Le “conquiste” diventavano poi tali, perlopiù, dopo vittorie ottenute senza combattere, o magari dopo poche scaramucce, a seguito di trattative e accordi che si rivelavano talmente vantaggiosi per gli “sconfitti”, che questi ultimi spesso non si sentivano neanche tali, ed accettavano di buon grado di vivere in pace sotto l’ala protettiva della shari’ah islamica.

Chiariamo subito che, man mano che si proseguiva nei secoli, l’applicazione della shari’ah fu sempre più imperfetta, ed infatti i musulmani prendono a modello, sia per gli insegnamenti strettamente cultuali che per quelli di carattere politico e socio-economico, la comunità di Medina ai tempi del Profeta Muhàmmad, che IDDIO lo benedica e l’abbia in gloria. Ciononostante, anche nelle conquiste più tarde, l’influsso islamico è stato fortemente positivo, sotto tutti i punti di vista, su tutti i popoli da esso toccati.

CHI OPERA PER LA PACE, CHI PER LA GUERRA – Nel 1570, la situazione era più o meno la solita. L’impero ottomano intratteneva da tempo ottimi rapporti con la potente Repubblica di Venezia, con intensi e continui scambi commerciali che duravano da tempo e che portavano benefici generali. Questi rapporti si erano recentemente deteriorati, a causa dell’isola di Cipro, in mano a Venezia. Ecco le osservazioni dello storico Alessandro Barbero, tratte dal suo libro “Lepanto – La battaglia dei tre imperi”:

La copertina del libro di Alessandro Barbero, “Lepanto – La battaglia dei tre imperi”, Ed. Laterza.

La copertina del libro di Alessandro Barbero, “Lepanto – La battaglia dei tre imperi”, Ed. Laterza.

“… L’isola, infatti, era usata dai pirati cristiani come base per attaccare il traffico navale fra Costantinopoli, la Siria e l’Egitto; più volte ne avevano fatto le spese i bastimenti del tributo egiziano, che era versato direttamente nel tesoro privato del sultano e ne costituiva la principale entrata, e qualche volta erano stati attaccati persino i convogli dei pellegrini diretti alla Mecca, il che rappresentava un’offesa ancor più intollerabile. Mehmet pascià se ne era già lamentato col bailo, e la Signoria aveva ingiunto alle autorità cipriote di provvedere; ma le insenature dell’isola, così vicina alle coste anatoliche e siriane, costituivano un’attrattiva irresistibile per i regni dei pirati. L’assurdità che un luogo geograficamente così legato all’impero ottomano e potenzialmente così nocivo per i suoi interessi appartenesse a una potenza straniera era di per sé sufficiente a giustificare l’intenzione di Selim di impadronirsene, sul piano economico non meno che su quello politico. Non per nulla i cronisti ottomani spiegheranno la sua decisione proprio con la necessità di farla finita con i pirati, colpevolmente tollerati da Venezia, e di proteggere la vitale rotta commerciale dell’Egitto.” (p. 44).

Cartina della città cipriota di Famagosta, com’era quando fu assediata dai musulmani ottomani dal 22 settembre 1570 al 4 agosto 1571, quando fu conquistata.

Cartina della città cipriota di Famagosta, com’era quando fu assediata dai musulmani ottomani dal 22 settembre 1570 al 4 agosto 1571, quando fu conquistata.

Naturalmente, eravamo alle solite anche per quanto riguarda la popolazione cipriota, che tutto faceva meno che coltivare l’odio contro i musulmani, e men che meno ne aveva paura:

“… a Costantinopoli si sapeva benissimo che la popolazione greca di Cipro odiava il dominio veneziano, e si prevedeva che avrebbe accolto a braccia aperte gli invasori, venuti a liberare i contadini dallo sfruttamento dei signori feudali e trasformarli in felici sudditi del Dominio Ben Protetto.” (p. 45).

La situazione tra l’Impero Ottomano e Venezia era dunque tesa, ma si prefigurava comunque un problema limitato a Cipro, in quanto non era reale interesse di nessuna delle due potenze scatenare una guerra diretta. E Venezia, nonostante conoscesse a perfezione la criticità di Cipro, manteneva un atteggiamento prudente.

Ma le altre forze in campo, la Chiesa Cattolica e l’Impero Spagnolo, tutto avevano in testa meno che la pace. Sentiamo ancora Barbero:

“… Il re di Spagna Filippo II, in quanto primo sovrano della Cristianità, si considerava in guerra perpetua con l’impero ottomano, con cui non aveva mai voluto intrattenere relazioni diplomatiche.” (p. 14).

Filippo II di Spagna.

Filippo II di Spagna.

COMPLOTTO A VENEZIA – Si trattava dunque, per le forze del Male, di convincere Venezia a scendere in guerra assieme agli spagnoli e alla Chiesa Cattolica, contro i musulmani. All’epoca, tutto si giocava sul mare, e quindi anche la guerra contro i musulmani veniva immaginata come scontro navale.

Sotto questo punto di vista, è bene sapere che Venezia aveva una potenza militare di tutto rispetto. Ecco cosa leggiamo a tal proposito nel piccolo ma bel libro di Alberto Toso Fei e Lara Pavanetto, titolato “Un sacrificio di sangue”, edito da Studio LT2:

La copertina del libro “UN SACRIFICIO DI SANGUE”, di Alberto Toso Fei e Lara Pavanetto.

La copertina del libro “UN SACRIFICIO DI SANGUE”, di Alberto Toso Fei e Lara Pavanetto.

L’Arsenale fu il maggiore cantiere navale d’Europa fra il 1400 e il 1600. Dei sette milioni di ducati d’oro che costituivano le entrate annue della Repubblica, 500.000 ducati erano sempre accantonati per le esigenze dell’Arsenale. Cento fabbri lavoravano incessantemente a dodici fucine. Tre erano le fonderie, e c’era un gigantesco deposito di legname stagionato. Un ordine permanente stabiliva che al primo allarme fossero messe in mare 85 galee pronte al combattimento, quanto bastava per mutare l’equilibrio della potenza navale nel Mediterraneo.” (p. 12).

MUTARE L’EQUILIBRIO – Ma per mutare l’equilibrio bisognava convincere Venezia a scendere in guerra. A tutti i costi.

Particolare del “Arsenale di Venezia”, disegnato da Jacopo de Barbari nel 1500.

Particolare del “Arsenale di Venezia”, disegnato da Jacopo de Barbari nel 1500.

A tale scopo, viene organizzato nientemeno che un omicidio rituale. L’omicidio rituale è un atto di magia, e ricalca i sacrifici umani elevati nel passato da molte popolazioni alle relative divinità. Se ne hanno numerosi esempi tra i popoli di tutto il mondo, dai politeisti della zona semitica, ai Maya, ai Celti, ecc. Questa pratica non è tuttavia mai morta, ed è tuttora praticata un po’ in tutto il mondo, da parte di sette sataniche e massoneria di diversa specie, tutte accomunate dal fatto di compiere tali atti abominevoli intendendoli come sacrifici da offrire alle proprie divinità allo scopo di ottenere il loro favore. Questi atti di solito vengono fatti in date che hanno un significato particolare, come significato specifico hanno di solito il nome della vittima e le modalità del sacrificio. (Per chi volesse approfondire il tema della massoneria e degli omicidi rituali, consigliamo la consultazione del blog di Paolo Franceschetti)

Come leggiamo nel succitato bel libro di Toso Fei e Pavanetto, la mattina dell’8 marzo del 1570, il legato pontificio, vale a dire l’ambasciatore del Papa a Venezia, Gian Antonio Facchinetti, il futuro papa Innocenzo IX, nonostante fosse domenica, “giorno da dedicare al Signore”, si reca dal Doge, Pietro Loredan, per “cercare di indurre Venezia a entrare nella coalizione che vede affiancati il papa e il re di Spagna contro l’impero Ottomano”. A quanto pare, non ottenne risultati.

Il legato pontificio Gian Antonio Facchinetti, in seguito divenuto Papa col nome di Innocenzo IX.

Il legato pontificio Gian Antonio Facchinetti, in seguito divenuto Papa col nome di Innocenzo IX.

La sera stessa, va in scena quello che ha tutta l’aria di essere un sacrificio di sangue. Viene uccisa barbaramente, con numerose coltellate, Prudenzia Folli, figlia di Nicolò Folli, marangon dell’Arsenale, cioè carpentiere da mare: era colui che progettava la nave nella sua struttura. Notate una cosa: il nome della ragazza, Prudenzia Folli, ha una palese attinenza con la prudenza, definita folle dai complottatori, che il Doge conservava nei confronti del Sultano Ottomano. Il “messaggio” era chiaro: caro Doge, contro i musulmani la prudenza è folle!

Fu arrestato un certo Giovanni da Rimini, che era il probabile omicida, che saltando dalla finestra della camera della ragazza per fuggire, si ruppe una gamba, e decise di rifugiarsi in un pozzo. C’erano degli uomini nelle vicinanze, probabili complici, che lo aiutarono a uscire dal pozzo. Tra questi uomini c’erano alcuni che oggi definiremmo “pezzi grossi” del potere dell’epoca, dipendenti di Agostino Venier, nobile veneziano, sposato con la figlia di Filippo Foscari, discendente del Doge Francesco, parente di quel Sebastiano Venier che sarà il comandante della flotta veneziana vittoriosa a Lepanto. Uno di questi uomini era Giovanni Antonio Spiera, nientemeno che … uno dei figli dell’Ammiraglio del porto! L’assassino, tirato fuori dal pozzo, aveva chiesto di esser portato, per le cure del caso, da Leonardo Fioravanti, che era un medico famosissimo, esperto d’esoterismo e magia, oltre che medico personale del succitato Facchinetti. Una bella cricca!

Leonardo Fioravanti, medico ed esoterista, in un ritratto dell’epoca.

Leonardo Fioravanti, medico ed esoterista, in un ritratto dell’epoca.

L’inchiesta fu in seguito arenata, e Giovanni da Rimini riuscì a evadere dal carcere. Fine della storia.

Nel frattempo, il 20 marzo 1570 Selim II inviò a Venezia un ultimatum per la cessione di Cipro. Il Doge rispose così:

La giustizia ne darà spada per difender i nostri diritti e Dio el so santo agiuto per resister co la razon a la forza e con la forza a vostra ingiusta violenza”.

Il Doge aveva cambiato parere, aveva deciso di abbandonare la “prudenza folle”. Ed entrò in guerra.

Il Doge di Venezia Pietro Loredan in un ritratto dell’epoca.

Il Doge di Venezia Pietro Loredan in un ritratto dell’epoca.

Il complotto era riuscito.

Il 7 ottobre vi fu la battaglia di Lepanto, passata alla storia come una vittoria della cristianità. In realtà morirono circa cinquantamila uomini per parte, e non cambiò granchè nei rapporti di forza tra le potenze, anche se molti storici indicano questo avvenimento come inizio del decadimento sia di Venezia che dell’Impero Ottomano.

Il promotore della cosiddetta Lega Santa (Spagna, Venezia e Stati Pontifici) era stato Papa Pio V, che l’aveva promossa come una crociata per la difesa del cristianesimo contro gli “infedeli” musulmani. In realtà, come si è visto, non si trattava di una “difesa”, ma di una guerra voluta e ottenuta, contro un impero col quale non si erano mai voluti intrattenere rapporti di pace.

Il pontefice cattolico Pio V, promotore della Lega Santa contro i musulmani, in un ritratto dell’epoca.

Il pontefice cattolico Pio V, promotore della Lega Santa contro i musulmani, in un ritratto dell’epoca.