LA RIVOLUZIONE DISARMATA

Il libro-testimonianza di Ryszard Kapuscinski sulla rivoluzione iraniana del 1979

 La copertina di “SHAH-IN-SHAH”, il libro di Ryszard Kapuscinski, Ed. Feltrinelli

La copertina di “SHAH-IN-SHAH”, il libro di Ryszard Kapuscinski, Ed. Feltrinelli

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“…E c’era un ulteriore elemento che rendeva unica ai miei occhi la rivoluzione iraniana: era disarmata.

La sola arma delle masse iraniane era la religione. Forti soltanto della loro fede fanatica, esse si accinsero a rovesciare uno dei regimi più brutali e più militarizzati che il mondo allora conoscesse. La rivoluzione iraniana – che durò tredici mesi e alla fine annientò il regime dello scià costringendolo all’esilio – trionfò senza che si dovesse sparare un solo colpo di arma da fuoco. Al contrario, lo scià ordinò alle proprie truppe scelte e alla polizia segreta di sparare nel mucchio. Eppure nemmeno questi massacri riuscirono a far cadere le masse nella provocazione di scegliere la strada della violenza, sebbene poi, naturalmente, vinta la rivoluzione, simili metodi non violenti siano stati presto rimpiazzati da altri di natura opposta.” (P.185-186).

1979: i soldati dello scià sparano sui manifestanti disarmati.

1979: i soldati dello scià sparano sui manifestanti disarmati.

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LA RIVOLUZIONE NON VIOLENTA – Queste parole mi hanno ricordato che la rivoluzione pacifica iraniana, fatta portando in mano non armi, ma il Corano, mostrato al giornalista di un TG italiano come unica arma del popolo contro la terribile dittatura dello scià Reza Pahlavi, è stato un elemento decisivo nella mia decisione di approfondire la conoscenza della religione islamica. Il fatto che un libro fosse brandito come un’arma, e per di più come UNICA ARMA, mi aveva profondamente impressionato.

Mettendo a posto pochi giorni fa la mia biblioteca, ho scoperto questo libro di Ryszard Kapuscinski, un ottimo giornalista polacco, autore di reportage memorabili per asciuttezza ed obbiettività, comprato molti anni fa e mai letto. Ho cominciato a scorrere le prime righe, svogliatamente. Poi, invece, l’ho letto tutto d’un fiato.

LO SFARZO DEL REGIME

L’ascesa al potere di Khomeini, la miope brutalità dello Scià Reza Pahlavi e i suoi folli sogni di gloria militare, la strenua volontà di resistenza e di lotta di un popolo”.

Queste parole della quarta di copertina sintetizzano ottimamente il contenuto del libro. Aggiungerei, di mio, che il libro contiene anche ottime descrizioni della particolarità della religione praticata in Iràn, l’Islàm di scuola sciita, e soprattutto di come questa specifica tradizione religiosa, fondendosi coi caratteri millenari del popolo persiano, abbia prodotto una particolarità del tutto unica nella psicologia del popolo iraniano.

Le ricchezze incredibili accumulate dallo Scià, e il lusso sfrenato in cui viveva la nomenklatura, facevano contrasto infernale con la povertà infinita e altrettanto incredibile in cui viveva il popolo:

Ecco un aereo della Lufthansa all’aeroporto Mehrabad di Teheran. Sembra una foto pubblicitaria, ma qui la pubblicità non serve, essendo i posti sempre tutti prenotati. L’aereo decolla ogni mattina da Teheran per atterrare verso mezzogiorno a Monaco. Limousine in affitto conducono i viaggiatori a pranzo in ristoranti di classe. Nel pomeriggio lo stesso aereo riconduce i passeggeri a Teheran per l’ora di cena. È uno svago abbastanza a buon mercato: duemila dollari a testa, semplici spiccioli per chi sta nelle grazie dello Scià. Sono le basse sfere del palazzo che volano a Monaco per il pranzo: i veri signori non sempre hanno voglia di affrontare le fatiche di un viaggio tanto lungo. Per loro arriva un aereo Air France che gli consegna un pranzo del parigino Chez Maxim’s, cuochi e camerieri compresi…”. (P. 87).

Lo scià Mohammed Reza Pahlavi e Farah Diba. A dispetto delle patinate copertine di tutto il mondo, che si interessavano spesso di lui, soprattutto per lo sfarzo incredibile sfoggiato dalla corte, il regime dello scià è stato uno dei più sanguinari della storia dell’umanità. Il suo servizio segreto, la Savak, ha una nomea terrificante di esecuzioni, sevizie e torture.

Lo scià Mohammed Reza Pahlavi e Farah Diba. A dispetto delle patinate copertine di tutto il mondo, che si interessavano spesso di lui, soprattutto per lo sfarzo incredibile sfoggiato dalla corte, il regime dello scià è stato uno dei più sanguinari della storia dell’umanità. Il suo servizio segreto, la Savak, ha una nomea terrificante di esecuzioni, sevizie e torture.

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LO SCIA’ DEVE ANDARSENE!”

“…-Lo Scià deve andarsene!-. Questo, in sostanza, diceva allora Khomeini, e questo continuò a ripetere per quindici anni. Parole semplici, facili da ricordare: eppure ci sono voluti quindici anni perché la gente arrivasse non solo a ricordarle, ma anche a capirle. La monarchia era un’istituzione talmente ovvia che nessuno riusciva a immaginare di farne a meno.

  • Lo Scià deve andarsene! Non aspettate, non rimandate, non dormite! Lo scià deve andarsene! –

Quando Khomeini le pronunciò per la prima volta, sembrarono le parole di un mentecatto, l’appello di un folle. La monarchia non aveva ancora esaurito le sue capacità di resistenza. Il dramma però volgeva alla fine e l’epilogo non era lontano. Al momento opportuno la gente si ricordò delle parole di Khomeini e lo seguì.”

1979: le folle manifestano coi ritratti dell’ “ayatollah” Khomeini.

1979: le folle manifestano coi ritratti dell’ “ayatollah” Khomeini.

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LO SCIISMO, LA MOSCHEA E IL POTERE

Dal tempo dei Safavidi esiste in Iràn un doppio potere: quello della monarchia e quello dell’autorità religiosa. I rapporti tra le due autorità sono passati attraverso alti e bassi, senza mai diventare del tutto amichevoli. Appena l’equilibrio tra queste due forze viene alterato, appena lo scià tenta d’imporre l’assolutismo (magari con l’aiuto di protettori stranieri), il popolo si raduna nelle moschee e comincia a combattere.

La moschea è per gli sciiti un luogo di culto e qualcosa di più: un porto dove attendere che la tempesta sia passata o dove addirittura salvarsi la vita. È un territorio che gode dell’immunità e che il potere non ha il diritto di violare. Secondo l’antica usanza iraniana, il ribelle braccato dalla polizia e rifugiatosi in una moschea è salvo: nessuno può portarlo via con la forza.

Le differenze tra una chiesa cristiana e una moschea si notano persino nella struttura. La chiesa è un luogo chiuso di preghiera, raccoglimento e silenzio. Chi parla ad alta voce viene zittito dai vicini. La moschea no. Qui la maggior parte dello spazio è occupata da un cortile aperto, teatro di una vivace vita sociale e politica, dove si può pregare ma anche passeggiare, discutere e perfino tenere comizi. L’iraniano che sul lavoro viene continuamente incalzato, che ha il suo daffare con burocrati accigliati che gli estorcono bustarelle, che si trova sottoposto all’occhio onnipresente della polizia, si rifugia nella moschea per recuperare calma, equilibrio e dignità. Qui nessuno gli fa fretta, nessuno lo ingiuria. Niente più gerarchie, qui tutti sono uguali e fratelli; inoltre, essendo la moschea anche un luogo di conversazione e di dialogo, tutti possono prendervi la parola, esprimere il loro parere, lagnarsi e ascoltare quel che dicono gli altri. Un raro e quanto mai necessario attimo di sollievo. Infatti, più la dittatura si fa repressiva, imponendo il silenzio nei luoghi di lavoro e per le strade, più le moschee si riempiono di gente e di voci. Chi vi arriva non è necessariamente un musulmano fervente spinto da un improvviso attacco di devozione; ci viene per tirare il fiato, per sentirsi di nuovo un essere umano…”.

La moschea Nasir al-Molk, a Shiraz.

La moschea Nasir al-Molk, a Shiraz.

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Il libro si legge d’un fiato, l’autore ha una scrittura leggera e profondissima al tempo stesso.

Consigliato a tutti.