La “montagna umile” non è più fra noi – 2

Con la luce del Sublime Corano

Manifestazioni di amore al corteo funebre di Muhammad Ali, a Louisville. Erano presenti più di centomila persone.

Manifestazioni di amore al corteo funebre di Muhammad Ali, a Louisville. Erano presenti più di centomila persone.

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L’uscita in Italia di un bel libro ci offre l’occasione di riparlare di Muhàmmad Ali.

Il libro s’intitola “MUHAMMAD ALI – L’IMPOSSIBILE È NIENTE”, Edizioni Piemme, ed è stato scritto da Thomas Hauser, che l’ha accompagnato in giro per il mondo per praticamente tutta la vita. L’ultima edizione, uscita da poco, contiene un capitolo inedito, l’ultimo, che è stato aggiunto dallo scrittore dopo la morte di Muhammad, con il consenso della famiglia.

La copertina del libro.

La copertina del libro.

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Ne presentiamo gli ultimi brani, pubblicati anche dal quotidiano “La Repubblica” il giorno 07/08/2016.

Per anni mi sono chiesto quale sarebbe stato il lascito di Alì, a parte la sua eccellenza sul ring, e ogni volta sono tornato al ricordo del suo esempio di orgoglio nero e al suo rifiuto di combattere in Vietnam. “È stato un faro di speranza per gli oppressi in ogni parte del mondo”, dicevo a me stesso. Ha rivoluzionato l’esperienza dell’identità nera per decine di milioni di persone. Quando, davanti allo specchio, diceva: “sono il più bello”, stava anticipando il concetto “nero è bello” ben prima che diventasse di moda. E quando ha stracciato la cartolina di leva, si è opposto agli eserciti di tutto il mondo, in difesa del principio pacifista. Negli ultimi anni, però, mi sono convinto che l’eredità di Alì comprenda anche un altro elemento ugualmente essenziale.

Il momento dell’arresto, quando rifiutò di partire per il Vietnam.

Il momento dell’arresto, quando rifiutò di partire per il Vietnam.

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Ha incarnato l’amore. Ad Alì non servono elogi funebri. Il modo in cui ha vissuto la sua vita è già un tributo sufficiente. Sul ring ha rappresentato al massimo il romanticismo della boxe e al contempo la sua atrocità. Come pugile aveva una qualità quasi spirituale, che gli ha consentito di superare i limiti fisici della maggior parte degli altri atleti. Evocava le suggestive parole di Lord Byron: “Dentro di me c’è qualcosa in grado di sconfiggere ogni tortura e di travalicare il tempo, e che continuerà a vivere quando io avrò esalato l’ultimo respiro”.

Le esequie di Muhammad Ali, con una decorazione di versetti coranici.

Le esequie di Muhammad Ali, con una decorazione di versetti coranici.

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La storia ricorderà gli altri pugili per le loro imprese sul ring. Alì ha lasciato un ricordo indelebile anche per quelle compiute fuori. Ha elevato il suo sport tramutandolo in una metafora della vita americana. Nel corso degli anni, il mondo intero è diventato il suo palcoscenico. Mark Twain ha scritto: “È strano come il coraggio fisico sia tanto comune e quello morale tanto raro”. Alì li possedeva entrambi. Forse non ha cambiato il mondo quanto avrebbe voluto, ma la sua presenza lo ha reso comunque migliore. Ha trasmesso gioia a tutti coloro che l’hanno conosciuto, e dato calore alle nostre esistenze. Non ha mai perso l’occasione di aiutare qualcuno. Amava la vita e io non ho mai incontrato nessuno pieno d’amore quanto lui. Non aveva bisogno di conoscerti di persona per toccarti il cuore.

“Ha incarnato l’amore”. Con atti e parole grandi quanto semplici, aggiungo io.

“Ha incarnato l’amore”. Con atti e parole grandi quanto semplici, aggiungo io.

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Una delle cose che ci spaventano di più della morte è il pensiero di essere dimenticati. Sono ben pochi gli uomini e le donne assurti a un rango paragonabile a quello di Alì, e lui sarà ricordato in eterno. È diventato immortale già in vita.

E Muhàmmad è il nome del Profeta, che IDDIO lo benedica e l’abbia in gloria.

E Muhàmmad è il nome del Profeta, che IDDIO lo benedica e l’abbia in gloria.

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Conoscere bene una persona è sempre un’opportunità. Nel caso di Muhammad Alì, è stato un privilegio speciale. Ho trascorso innumerevoli ore in sua compagnia e viaggiato con lui in tutto il mondo. Ci sono stati moltissimi momenti belli e nemmeno uno brutto, ma un episodio in particolare mi è rimasto impresso. Eravamo in aereo, di ritorno negli Stati Uniti dall’Indonesia, dove Muhammad era stato sommerso da folle di ammiratori. Migliaia di persone venute da villaggi remoti per accoglierlo all’atterraggio. Bambini che non erano ancora nati quando combatteva, in piedi sotto la pioggia a urlare il suo nome. Secondo le stime delle autorità, alla moschea di Istiqlal, a Giacarta, si erano raccolte duecentomila persone. Sopraffatta ogni parvenza di cordone di sicurezza, avevano circondato la macchina, cantando: “Alì! Alì!”. L’auto procedeva a passo di lumaca, mentre Muhammad implorava l’autista: “rallenti, per favore, non faccia del male a nessuno”. Insomma, la visita era durata dieci giorni e ormai stavamo tornando a casa. Il volo, attraverso dodici fusi orari, sembrava interminabile. Muhammad e Lonnie sedevano l’uno accanto all’altra, io e Howard Bingham sul lato opposto del corridoio. Dopo un po’ mi assopii. Al risveglio, ore più tardi, l’oscurità fuori dal finestrino era assoluta. In cabina le luci erano spente, e i passeggeri dormivano. Tutti, tranne Muhammad. Lui vegliava con il faretto acceso: leggeva il Corano. E in quel momento, nell’alone di luce, mi è parso più forte e più in pace con se stesso di qualsiasi altra persona abbia mai conosciuto.

“Io sono Ali”. Identificazione totale del “più grande” con la gente comune.

“Io sono Ali”. Identificazione totale del “più grande” con la gente comune.