E il rospo si tramuto’ in principe…

Come trasformare un fallimento storico in un trionfo, e viceversa

Sylvain Gouguenheim  -
ARISTOTELE CONTRO AVERROE’  -
Ed. Rizzoli

Dipinto d’epoca - Paolo di Tarso e Tommaso d'Aquino confondono Averroè!

Dipinto d’epoca – Paolo di Tarso e Tommaso d’Aquino confondono Averroè! In ossequio al precetto islàmico di divieto di immagini di viventi, abbiamo “decapitato” i viventi raffigurati. Ovviamente, tale decapitazione negli originali non esiste. E chiediamo perdono ad ALLAH.

 

E’ ampiamente risaputo come il Medioevo cristiano fosse, da un punto di vista della cultura e della civilizzazione, decisamente arretrato e caratterizzato da intrinseca barbarie, se paragonato al contemporaneo mondo islamico.

Ora, questo dato storico incontrovertibile non va giù a gran parte del mondo cattolico, che come tutti sanno non si è mai contraddistinto né per l’amor della cultura, né, soprattutto, per l’amor della diffusione della cultura. Per i cristiani, e per i cattolici in particolare, la cultura, quel poco che c’era, è sempre stata sapientemente tenuta lontana dal popolo, e riservata al clero ecclesiastico per evidenti scopi di potere.

Il libro che prendiamo qui in esame pretende, nelle intenzioni, di rivoltare la storia, e lo fa su due versanti: da una parte, cercando di dimostrare che i cristiani avessero messo in piedi chissà quale movimento culturale, e dall’altra, insinuando che le cause del notorio e straordinario impulso dato dai musulmani a tutte le scienze fosse dovuto in realtà a cause altre dalla religione islamica, che in sé al contrario sarebbe caratterizzata da estraneità alla cultura che non sia quella specificatamente riconducibile alla religione.

La prima parte di questo goffo tentativo di falsificazione storica viene demolito in poche righe dal più illustre storico del medioevo vivente, Jacques Le Goff:

 “…devo riconoscere che quest’opera tanto discussa è veramente un cattivo libro. Da una parte non dimostra sufficientemente l’esistenza della scuola che Giacomo da Venezia avrebbe creato a Mont Saint-Michel, e dall’altra, nel quinto capitolo, avanza tesi sulla Francia islamica che non sono per niente sostenibili[1].

Certo, ci vuole un bel coraggio per paragonare una fantomatica scuola situata a Mont Saint-Michel all’enormità del movimento culturale islamico dell’epoca, che fece fiorire decine e decine di luminari in ogni campo della scienza!

Ma veniamo alla seconda parte di questo maldestro tentativo di riscrivere la storia, che tante polemiche ha suscitato in Francia.

Questo autore mostra, in questo testo, una comprensione totalmente erronea del concetto di scienza e scienze nell’Islàm. Dice infatti:

“L’inchiostro dei sapienti è preferibile al sangue dei martiri, dice un hadith. Il profeta Maometto avrebbe inoltre raccomandato di andare a cercare la scienza fino in Cina. Una lettura rapida di queste affermazioni celebri porterebbe a vedervi un elogio della ricerca scientifica nel senso in cui la intende l’Occidente: scienza distaccata dalla religione, gusto del sapere per il sapere, espressione di una civiltà fondata su valori umanistici. In realtà, una tale lettura è eurocentrica. Presuppone che il termine arabo in questi estratti di hadith corrisponda alla nostra parola scienza, e al concetto che noi vi associamo. Il termine in questione, che è quello di ‘ilm, ha invece un significato ben preciso. ‘Ilm designa le scienze coraniche: la salmodia del Corano, la grammatica della lingua coranica, le circostanze delle rivelazioni dei versetti, la vita di Maometto eccetera. Esse costituiscono il dominio del dotto per eccellenza, l’alim, termine meglio conosciuto sotto la sua forma plurale di ulama/ulema. A queste si aggiunge lo studio del fiqh, il diritto musulmano. Significativamente, quando si parla di scienza al singolare, al-‘ilm, ci si riferisce a quella degli hadith, da cui sono assenti la medicina, la filosofia, la matematica. Non sono dunque queste le discipline, esplicitamente qualificate dagli autori musulmani come estranee all’islam, cioè esterne alla rivelazione coranica – il che è esatto -, che Maometto raccomanda di coltivare e di andare a cercare fino in Cina, bensì tutto ciò che è in grado di gettare luce sulla rivelazione. I testi parlano della peregrinazione alla ricerca della scienza, espressione che designa principalmente la ricerca di hadith (?)… un dotto è, prima di tutto, un uomo che studia il Corano. Come poteva essere altrimenti, dato che il libro sacro dei musulmani è l’autentica incarnazione della Parola stessa di Dio e dunque il luogo di ogni verità?[2].

 Innanzitutto bisogna osservare che basterebbe un po’ di logica, applicata ad un minimo di conoscenze storiche, per concludere che se si vuole cercare la sapienza religiosa, cioè la sapienza riguardante anzitutto lo studio del Corano e della Sunna, e tutte le scienze collegate, si deve cercare nelle Tradizioni Profetiche tramandate dai Compagni del Profeta (che Iddio lo benedica e l’abbia in gloria), e da quelli che vissero nei tempi immediatamente successivi: e per fare questo non v’era di per sé alcuna necessità di andare in Cina o in India. Inoltre, nella lingua araba la sapienza religiosa viene definita con la parola ma’rifa, mentre la parola ‘ilm è un termine generico, che indica conoscenza in senso generale, ed è riferito ad ogni tipo di sapienza. Del resto, lo stesso autore si tradisce, quando, nella nota 38 al quarto capitolo dello stesso libro, afferma quanto segue:

Per designare l’equivalente delle nostre scienze, l’islam impiega il termine ‘ilm seguito da un determinativo: ‘ilm al-handasa, la scienza della geometria, ‘ilm altabi’a, la fisica…[3].

E dunque? Anche un profano, che abbia soltanto un minimo di spirito di osservazione, si accorgerebbe che questa nota smentisce il testo del libro: infatti, proprio perché ‘ilm è un termine generico, riferentesi in quanto tale ad ogni tipo di scienza, ha bisogno di una specificazione quando invece deve indicare una scienza particolare. E quindi, ciò conferma il fatto che ‘ilm non significa “scienza della religione” ma scienza e basta! Dunque, delle due l’una: o questo signore è uno stupido, oppure è un diavolo cui è riuscito di fare la pentola, ma senza il coperchio! Si è distratto un attimo, e si è smentito da solo! In entrambi i casi, non sembra fare una bella figura. Se consapevolezza c’è, l’intento sembra quello, molto sottile e furbo, ma grazie a DIO smascherato, di separare la religione islamica dalla scienza (come è stata separata, ma per forza di cose, la scienza dalla dottrina cattolica, con cui fa decisamente a pugni). Cosa peraltro impossibile, in quanto il Corano, essendo parola d’IDDIO e non opinione o racconto umano, ed essendo dunque La Verità (al-Haqq), non può mai contenere nulla che possa essere in contrasto con la vera scienza. Dunque un’affermazione come scienza distaccata dalla religione, riferita all’Islàm, non ha senso alcuno. Anzi, è totalmente menzognera.

In verità, il musulmano obbedisce ai precetti ed ai divieti. Ed anche quello di cercare la scienza, tutte le scienze, è praticamente, oltre che fonte di ricompensa divina (chi è sulla via della scienza è sulla via di Dio), un obbligo del musulmano raziocinante, per quanto egli può.

L’autore, dando prova anche di notevole masochismo, cita Averroè (Ibn Rushd):

“Noi, musulmani, sappiamo in modo certo che l’esame per dimostrazione non comporterà alcuna contraddizione rispetto agli insegnamenti apportati dal Testo rivelato, poiché la verità non può essere contraria alla verità, ma si accorda con essa e testimonia a suo favore[4]… Siamo lontani dall’esegesi cristiana, che si dedicò fin dal XII secolo a svelare i quattro sensi della scrittura.”.

Appunto! Con l’aiuto di Ibn Rushd, incautamente citato dall’autore, possiamo anche intravedere la divaricazione di interessi culturali, che portarono l’Islàm da una parte e la cristianità dall’altra a intraprendere due percorsi sostanzialmente diversi, e per certi versi opposti. Da una parte razionalità assoluta, che deriva da un testo che non presenta contraddizioni, il Corano, e che spinge i credenti allo studio di tutte le discipline che abbiano carattere scientifico ed utili per il progresso dell’umanità. Dall’altra un testo, la Bibbia, che di contraddizioni ne presenta a centinaia, e costringe dunque, proprio per portare un po’ di razionalità ad una dottrina che ne offre poca, ad esegesi come minimo necessitanti di molta fantasia, e che dunque spingono in tutt’altra direzione. Questa direzione è…verso i Greci!

Si può vedere come la cosiddetta riscoperta della grecità dell’occidente sia dovuta a sostanziale inguaribile miscredenza europea…

 

Un antico codice del commento su Aristotele di Ibn Rushd (Averroè).

Un antico codice del commento su Aristotele di Ibn Rushd (Averroè).

Si indulge spesso a sottovalutare la sete di sapere che spinse l’Occidente a cercare la scienza ovunque credesse di poterla trovare (?[5]). Non si trattava di avidità per le ricchezze d’Oriente, ma di ritrovare il sapere antico[6].

E i roghi dei libri in tutta la Spagna, e non solo? E Toledo?

Intorno all’anno Mille, fino all’alba del XIII secolo,

“…di fatto il movimento è più letterario, teologico e filosofico che scientifico: all’epoca nessuno fa esperimenti e la riscoperta della matematica degli antichi procede a passo lento[7].

E allora, di grazia, dove starebbe la sete di scienza in un mondo dove “nessuno fa esperimenti”? In molti passi di questo libro si smaschera invece, a totale insaputa ed evidentemente contro le intenzioni dell’autore, il contenuto del sapere cristiano medievale, funzionale non al progresso umano, ma al rafforzamento del potere ecclesiastico sul popolo ignorante. Si sviluppa così lo studio della logica aristotelica, della grammatica e dell’eloquenza, proprio a seguito della riconosciuta insufficienza della scrittura biblica. La grammatica, ad esempio,

costituiva un’introduzione alla comprensione del dogma, e di conseguenza alla spiritualità[8].

Dunque, il dogma religioso cristiano, che va accettato anche se assurdo o incomprensibile, non è evidentemente autosufficiente, ed abbisogna di teoria logica o filosofica a supporto!

Si vanno a ricercare gli autori dell’antichità perché si vede in essi la fonte di una saggezza indispensabile alla fede cristiana[9].

Vale appena la pena di far notare che il mondo islamico non ha mai avuto bisogno assoluto di tale tipo di cultura, tant’è vero che gli storici sono d’accordo nel constatare che i musulmani hanno preferito di gran lunga le scienze empiriche e gli esperimenti scientifici alle elucubrazioni teoriche, di cui, data la chiarezza assoluta del Corano su tutti gli argomenti, non avevano alcuna necessità. Si nota dunque, anche in questo campo, una diversità sostanziale tra le due culture: la cristiana studia la Logica per costruire una logica assente nelle scritture, la musulmana invece sviluppa le scienze e le tecnologie, in linea con gli insegnamenti coranici che invitano il credente a perseguire la conoscenza, fino in India o in Cina, a scopo di miglioramento delle condizioni sociali di vita. E tutto ciò è espresso perfettamente dalle seguenti parole dell’autore:

Si cerca di dotare la ragione umana degli strumenti per innalzarsi fino ai misteri della fede. Se non è una scienza, la teologia è una forma di pensiero e rappresenta uno sforzo di investigazione razionale dei misteri della fede e della divinità; in questo, d’altronde, sembra propria del mondo cristiano… Il processo porta nel XIII secolo alla costituzione delle summae teologiche. Le Sacre Scritture sono sempre un punto di riferimento, ma non più un canovaccio, né tantomeno una camicia di forza”.

Più chiari di così! E, dulcis in fundo, il paganesimo idolatra non viene affatto sepolto, com’è avvenuto nel mondo islamico praticamente nella sua totalità, ma viene addirittura rivalutato:

Così, lungi dall’essere rifiutata, la mitologia pagana è oggetto di un vero entusiasmo, poiché, grazie al metodo allegorico, è possibile mettere in evidenza il suo significato nascosto. Gli uomini di cultura del XII secolo sono i discepoli degli autori antichi e i precursori degli antropologi moderni[10].

Ora, la differenza è chiarissima: nessuno studioso di buon senso potrebbe infatti definire i pensatori musulmani, in qualsiasi campo, come discepoli degli autori antichi.

Lo stesso autore conferma tutto ciò, quando fa cenno del disinteresse nutrito dai musulmani per le altre lingue, disinteresse dovuto semplicemente al fatto che non avevano alcuna necessità spirituale o religiosa di nessun tipo, non avvertendo, a tal proposito, alcuna mancanza all’interno del proprio bagaglio culturale.

Di fatto, gli arabi non impararono il greco; anche al-Farabi, Avicenna o Averroè lo ignoravano: forse non ritenevano utile imparare questo idioma dal momento che erano i depositari della più bella delle lingue, quella che, in modo inimitabile, aveva trasmesso l’eterna Parola di Dio[11].

Dunque, i musulmani favorirono e finanziarono le traduzioni delle opere greche da parte dei cristiani siriaci, pur non avendone interesse culturale diretto.

“…In contraddizione con l’attrazione per la filosofia greca, l’elitismo di Averroè e degli altri falasifa ha impedito una reale ellenizzazione delle classi dirigenti della società musulmana[12].

Ma quello che l’autore non capisce, per la sua ignoranza dell’arabo e del Corano, e perché questa è la volontà d’Iddio, è che l’ellenizzazione, processo cui evidentemente egli attribuisce valenza positiva, delle classi dirigenti della società musulmana, non è stata impedita da Averroè e dai suoi scritti, ma è stata resa impraticabile dal Corano stesso! I musulmani non hanno avuto bisogno di razionalizzazione perché sono già stati razionalizzati dal Corano! Il Corano comunica ragione e razionalità in ogni versetto! Non c’è spazio per fantasie o errori, perché non è scrittura umana!  Indipendentemente dalle opinioni di Averroè, il credente musulmano comune non sente alcuna necessità pratica, né tantomeno intellettuale, di studi filosofici, se non per dimostrarne la fallacità… al contrario degli studi prettamente scientifici, che hanno sempre una ricaduta pratica, immediata o meno, sulla vita delle persone, i filo-sofismi non presentano per lui alcuna attrattiva!

È senz’altro vero, come sostiene l’autore, che gli studiosi dell’Islàm

hanno sottostimato i pensatori marginali a vantaggio degli autori ortodossi, di fatto ben più numerosi. Resta il fatto che, se possiamo ritenere più innovativi gli scritti contestatari, la società musulmana non li ha seguiti, mentre le idee dei filosofi illuministi si sono imposte alle società europee[13].

Appunto… e in tutto ciò ci sarà un motivo, ma l’autore non lo vede!

L’Occidente ha messo a frutto l’insegnamento di Aristotele in campo politico, mentre l’Islam ne ha diffidato; non esiste un san Tommaso musulmano (si può vedere la questione anche da questo punto di vista: i musulmani non avevano bisogno alcuno di un san Tommaso, e non l’hanno avuto! n.d.r.) che abbia elaborato una visione laica del potere. Aristotele ha potuto fecondare il pensiero politico europeo, ma non ha fatto evolvere (ma non sarebbe certo stata una evoluzione, n.d.r.) quello degli Abbasidi né quello dei Selgiuchidi… È significativo che in terra d’Islam nessuno mai, nemmeno Averroè, abbia fatto ricorso al sistema giuridico greco-romano[14].

Per forza! Per quale motivo le terre d’Islàm, dove regnavano il benessere e l’ordine conseguenti all’applicazione (anche se non perfetta) delle Leggi Divine, avrebbero dovuto conservare modelli falliti?

L’Islam riprese dai greci ciò che ritenne utile, tralasciando però lo spirito. Né la letteratura, né la tragedia o la filosofia greca hanno influenzato la cultura musulmana. soltanto la logica vi ha trovato il suo posto…”[15]. “Al contrario, il cristianesimo riprese temi e idee della cultura antica, sia per rimediare alle imperfezioni del sistema biblico sia per risolvere problemi teologici[16].

Ora, è tutto chiaro.

“…la religione cristiana è nata all’interno di un universo greco (la cui cultura era pagana, dunque politeista, n.d.r.), e le era dunque più agevole, rispetto all’islam, accoglierne l’eredità… la civiltà islamica… si rivela meno permeabile della cristianità, che ha potuto assimilare un’eredità pagana di cui l’Islam ha diffidato[17].

Questo autore, in un sussulto di onestà intellettuale, riconosce peraltro all’Islàm una caratteristica peculiare:

“…l’associazione intima, quasi fusionale, tra religione, politica e diritto conferisce alla Dar al-Islam una più forte coerenza interna e una struttura globale più compatta. Questa associazione così potente, di cui non si trovano quasi equivalenti altrove, proviene in gran parte dal carattere riconosciuto al Corano di Parola divina letteralmente incarnata nello scritto, infalsificabile, inemendabile e incorruttibile. I Vangeli o l’Antico Testamento non hanno per i loro fedeli questa essenza divina…”[18].

Se lo dice lui…

In ossequio al precetto islàmico di divieto di immagini di viventi, abbiamo "decapitato" i viventi raffigurati. Ovviamente, tale decapitazione negli originali non esiste. E chiediamo perdono ad ALLAH.

Averroè, part. del Trionfo di San Tommaso di Andrea di Bonaiuto, Cappellone degli Spagnoli di Santa Maria Novella, Firenze. Ibn Rushd, naturalmente, veniva raffigurato come sconfitto da Tommaso. In ossequio al precetto islàmico di divieto di immagini di viventi, abbiamo “decapitato” i viventi raffigurati. Ovviamente, tale decapitazione negli originali non esiste. E chiediamo perdono ad ALLAH.


[1] “Le Goff: questa mia Europa laica” in Corriere della Sera del 29 maggio 2010, pag.54.

[2] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 149.

[3] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 284.

[4] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 171.

[5] Ma di quale sapere si tratta? Se è quello prettamente scientifico, bisognava riferirsi all’Islàm.

[6] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 20.

[7] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 59.

[8] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 65.

[9] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 68.

[10] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 75-77.

[11] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 93.

[12] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 172.

[13] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 173.

[14] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 175.

[15] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 177.

[16] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 179.

[17] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 198.

[18] S. Gouguenheim, Aristotele contro Averroè, Rizzoli, Milano 2009, p. 211.