L’Islàm motore dell’economia

1 – I musulmani in Italia

La mappa dell'Italia disegnata dal musulmano El Edrisi (Idris).

La mappa dell’Italia disegnata dal musulmano El Edrisi (Idris).

DOVE C’E’ ISLAM C’E’ BENESSERE

Come in tutte le materie culturali, uno iato enorme separa le conoscenze degli studiosi su ogni periodo storico, rispetto alle pseudoculture che vengono propinate alle masse.

L’economia islàmica ne è un esempio lampante, sia dal punto di vista dei suoi aspetti dottrinali, sia nei suoi esempi storici concreti.

L’Islàm, applicato correttamente, è salvezza sia per gli individui che per i popoli, e lo è anche dal punto di vista economico: l’Islàm è benessere economico generalizzato, con la forbice tra i più ricchi e i più poveri che mostra tendenza a restringersi, e non ad allargarsi in maniera mostruosa come possiamo osservare nel nostro occidente “evoluto”. L’Islàm soprattutto, è stato, concretamente e storicamente, sviluppo economico poderoso e visibile, ovunque sia arrivato.

E questa cosa è del tutto sconosciuta, o quasi, a livello di massa.

Colmeremo questa lacuna, IDDIO volendo, con una serie di articoli.

PRIMA DELLO “STATO” NIENTE?

La stragrande maggioranza degli studiosi occidentali (in Italia ricordiamo in particolare Benedetto Croce) fa partire l’inizio della “civiltà” occidentale col formarsi dello “stato” moderno, che avrebbe messo “ordine” laddove prima c’era più o meno il nulla.

Questa tesi è ovviamente profondamente errata, epperò ha condizionato fortemente tutta la cultura odierna in Occidente.

Scrive lo studioso Amedeo Feniello:

Con questa premessa, molte delle particolarità del Sud Italia, le sue città, le sue sfumature, i suoi toni e tradizioni, i suoi conflitti religiosi, le sue convivenze, le sue frontiere, le sue debolezze, le sue convergenze, e divergenze, quasi scompaiono. Soprattutto quasi scompare l’Italia più scomoda, che parla arabo, ed è musulmana di religione. Diventa un accidente della storia, cui dedicare poche righe su un manuale. E si dimentica come, dietro queste poche righe, esista invece un tempo lungo, una cronologia, delle ricchezze, una civiltà – una grande civiltà1– fatta di generazioni di uomini e donne che hanno combattuto, vinto, prodotto, costruito, pregato lo stesso Dio da orizzonti diversi, con circuiti spesso originali di pratica politica, amministrativa, sociale, economica. Un mondo che si è preferito in gran parte far sparire. Dimenticare.2.

L’ISLAM IN SICILIA

Le parole succitate si riferiscono al periodo di dominazione musulmana, in particolare della Sicilia (dall’827 al 1061), ma che fece sentire poi i suoi effetti benefici su tutto il meridione d’Italia.

Prima dell’avvento dell’Islàm in Sicilia, il dominio bizantino dell’isola era stato “oppressivo e causa di regresso3, ed era durato tre secoli. Ma i musulmani “…risvegliarono il desiderio di autonomia e la gioia per le imprese ardimentose, lo spirito agricolo ed economico. Le vecchie città siciliane s’ingrandirono, mentre centri sino ad allora meno fiorenti come quelli situati nella zona settentrionale dell’isola, ebbero un impulso che proiettò tutta la Sicilia verso l’Occidente e il cuore del Mediterraneo.4.

 

Le vestigia dell'arte islàmica in Sicilia sono molte, nonostante le numerose barbariche distruzioni. Questa è la pavimentazione della navata principale della Cappella Palatina, nel Palazzo Reale a Palermo. Si notino i mosaici con i motivi ornamentali tipici dell'arte islàmica, priva di immagini.

Le vestigia dell’arte islàmica in Sicilia sono molte, nonostante le numerose barbariche distruzioni. Questa è la pavimentazione della navata principale della Cappella Palatina, nel Palazzo Reale a Palermo. Si notino i mosaici con i motivi ornamentali tipici dell’arte islàmica, priva di immagini.

E’ fuori di dubbio che a volte le società musulmane, e questo un pò ovunque, siano state caratterizzate spesso da instabilità politica (ne indagheremo le ragioni altrove, IDDIO volendo), ma è altrettanto vero che hanno portato sempre benefici economici alle popolazioni, anche se non è sempre facile dimostrarlo, visto che i falsi storici remano contro la verità, come scrive Feniello, accennando alla prosperità economica in Sicilia nel periodo musulmano-kalbita:

Il regno kalbita non dura poco: novant’anni, non tutti di sfacelo (s’intende, comunque, sfacelo politico, n.d.r.). Anzi, nel corso della sua vicenda, vive una vita propria, intensa, poliedrica, felice in molti suoi momenti. Un tempo lungo. Per molti aspetti ricco, la cui esistenza non si può immaginare solo in funzione di ciò che avverrà dopo… L’epoca kalbita è, per l’Isola, anche un’epoca di sviluppo, di crescita, di grandezza; di ristrutturazione dell’habitat, delle città, dell’ambiente rurale, che subisce una grossa modifica rispetto all’età bizantina.5.

Vale a dire, i musulmani si danno da fare in ogni settore per migliorare il vivere umano, cosa che i bizantini non avevano fatto… Ma non è sempre facile ricostruire la verità:

A sondare, infatti, nei suoi vari aspetti la Sicilia musulmana, nel voler ricercare testimonianze anche fisiche di questo passato, ci si trova davanti ad un muro di oblio, di furto della memoria. Di fisico, di tangibile resta veramente poco, come se tante, troppe patine di colore si fossero addensate e raggrumate sul tessuto musulmano, di fatto facendolo sparire. Cancellandolo. E’ chiaro che la damnatio memoriae della cristianizzazione cominciata con i normanni abbia inciso in modo totale nel cancellare la trama costruita dai musulmani. Damnatio che è proseguita nel tempo, con una sistematica distruzione. Perciò la difficoltà di ricostruire quel mondo è palpabile.6.

I nodi, però, pian piano vengono al pettine, e gli studiosi seri, negli anni, aggiungono sempre qualche pietruzza di verità, e il puzzle, lentamente ma inesorabilmente, si completa.

Nella stessa Cappella Palatina, le famose splendide muqarnas musulmane.

Nella stessa Cappella Palatina, le famose splendide muqarnas musulmane.

I progressi nell’agricoltura, con l’arrivo dei musulmani, sono evidenti, sostanziosi e rapidi:

L’agricoltura e la vita rurale vengono fortemente condizionate dall’arrivo dei musulmani. La suddivisione militare delle terre conquistate e l’inserimento di nuove popolazioni avide di nuovi spazi da coltivare implica un’inversione rispetto al passato, con un evidente riflesso sul paesaggio, con piccoli appezzamenti al posto di grandi latifondi. Parte una grande iniziativa di bonifica, sotto la spinta soprattutto dei coloni berberi…”.

Questo è il focus della questione, che intendiamo sottolineare con forza. L’avvento dei piccoli appezzamenti sfruttati, che sostituiscono i grandi latifondi, spesso utilizzati solo in minima parte, è dovuto non a sforzo di buona volontà dei singoli, ma a precisa conformazione della dottrina islàmica in campo economico, che prevede che la terra sia di chi la lavora, e di conseguenza che chi non la lavora perde il diritto a possederla: il latifondo, tipica espressione di potere del principe e di mantenimento del suo entourage, nell’Islàm non ha diritto di cittadinanza. Quindi, il popolo si riappropria delle terre.

E i risultati, in poco tempo, sono stupefacenti: producendo addirittura un notevole surplus rispetto alle necessità locali, si arriva ad esportare molti prodotti, tra cui grano, formaggio, lino, cotone, mandorle, seta grezza, agrumi, datteri, papiro, zucchero, ecc.

Terre che si diffondono, ad esempio, nelle vallate e nelle fiumare, come quella del Val Demone, sul versante nord della catena montagnosa che corre da Cefalù a Taormina. Zone che si giovano delle conoscenze innovative che importano i nuovi coltivatori. Irrigue, con la razionalizzazione e la canalizzazione delle acque fiumane (i qanàt), che permettono di introdurre sull’Isola nuove colture e il costante miglioramento delle rese agricole. Tecniche che consentono di razionalizzare il consumo dell’acqua, che anche allora non doveva essere molta7.

Dunque, dove arrivano i musulmani, si lavora e si produce, con evidente benessere economico generalizzato a tutto il popolo. Ma, è importante sottolinearlo con vigore, tutto ciò non per iniziativa di un principe illuminato, cosa che a volte avveniva nell’Occidente selvaggio, ma che era pur sempre un’eccezione; al contrario, l’iniziativa era popolare, e spesso addirittura in assenza totale di iniziativa diretta del potere politico, che lasciava fare. Un esempio lo prendiamo proprio dalla razionalizzazione dello sfruttamento delle acque:

Il governo delle acque sembra sia rimasto appannaggio dell’iniziativa privata di coloni e contadini, i quali, col loro lavoro, provvedevano a scavare canali e a predisporre le attrezzature. Mentre la mano pubblica sembra assente, sia nella costruzione e salvaguardia di acquedotti sia nei lavori di apertura di nuovi canali di irrigazione8.

L’organizzazione della società era imperniata sul decentramento, concetto che si pretende moderno nel selvaggio Occidente, ed in effetti qui lo è, ma che in realtà, tanto per cambiare, per l’Islàm è cosa ovvia e antica. Ma sentiamo lo storico:

Uno degli aspetti più interessanti del processo di organizzazione dell’universo rurale riguarderebbe la costituzione, decisa dal fatimida al-Muizz, di distretti territoriali affidati ai governatori siciliani. Un modello davvero efficace. Ogni aqalim, distretto relativamente vasto e corrispondente spesso a demarcazioni fisiche del territorio, doveva essere suddiviso in piccole e medie unità insediative produttive e fiscali, con una popolazione composta da contadini liberi, proprietari di terra, tenuti a contribuire solidarmente allo Stato… questo schema… troverebbe riscontri ed influenze nel sistema dell’Andalusia musulmana…9.

Dunque, anche nell’organizzazione economica della società, c’è opposizione totale tra modello islàmico e selvaggio Occidente: qui, lo Stato non ha fatto altro che sostituire il principe, mantenendone la sostanza totalitaria, accentratrice e anti-economica; là, un decentramento effettivo che porta benessere e sviluppo.

Questo decentramento raggiunge anche degli eccessi, specialmente nell’ambito prettamente religioso: a Palermo vi erano trecento (!) moschee. Spesso, come diceva il viaggiatore musulmano Ibn Hawqal, non erano poi neanche necessarie. “…qui la gente è così gonfia di superbia, che ognuno vuole una moschea sua propria, nella quale non entri che la sua famiglia e i suoi clientes.”. Anche questo, è un elemento che, pur non essendo in sé positivo, rafforza tuttavia quanto da noi fin qui sottolineato: tutto, nel mondo islàmico, ci parla di uomini sostanzialmente liberi e intraprendenti, mentre tutto, in Occidente ci parla di uomini e donne che vivono un’atmosfera di oppressione, anche nelle attività puramente economiche.

La chiesa cristiana normanna di San Cataldo (Palermo), ricca di elementi architettonici arabi, realizzata su una preesistente moschea.

La chiesa cristiana normanna di San Cataldo (Palermo), ricca di elementi architettonici arabi, realizzata su una preesistente moschea.

Ah, dimenticavo di dire: naturalmente, dopo la riconquista cristiana, di queste trecento moschee, non ne è rimasta NEMMENO UNA. Tipico esempio di tolleranza dei cosiddetti “seguaci di Cristo”…

Un parametro per avere certezze sulla situazione economica è il fattore demografico: se la popolazione aumenta è sintomo di benessere. E Palermo aveva tra i centomila e i trecentomila abitanti. A confronto, le più grandi città europee assomigliavano a villaggi…

Ecco una descrizione di Palermo, oltre alle trecento moschee, alcune delle quali enormi:

Numerosi mulini. Bellissimi giardini. Fonti d’acqua sorgiva e pozzi d’acqua. Arsenali, fondaci. Un porto tra i principali del Mediterraneo, da cui partono ogni anno carichi immensi, con grandi navi, capaci di portare ognuna più di cinquecento persone. Una popolazione che viene da ogni parte dell’Islàm e anche dalle terre dei barbari, in cerca di commercio, di traffici, di alleanze, di ambascerie: mercanti amalfitani, notabili napoletani, delegati del basileus di Costantinopoli, greci catturati che hanno preferito l’apostasia, soldati in cerca di fortuna che arrivano dal Sudàn come dal Màghreb… ebrei, che tessono collegamenti che vanno, attraverso Palermo, dalla Spagna all’Oceano Indiano. Tutto questo crea un melting pot che, per quanto possa essere fonte di scandalo per un vero credente (ma non per il musulmano, n.d.r.), è una delle reali, grandi ricchezze della capitale10.

Dunque, l’odierna globalizzazione e soprattutto il cosmopolitismo tipico di molte grandi città (che oggi presentano peraltro molti aspetti negativi, e di cui ci occuperemo specificamente in altri articoli, IDDIO volendo), non sono una novità per i musulmani.

LA GRANDE CITTA’

La vera tolleranza e il vero cosmopolitismo, tipici e connaturati all’Islàm, e non al selvaggio Occidente, che è stato ed è invece patria del razzismo e dell’etnocentria, si esprimono in particolare nella creazione, spesso dal nulla, di grandi città dove c’è posto per tutti.

Un’immagine troppo spesso proposta associa l’Islàm11 al deserto. E’ un’impostazione sbagliata. La religione musulmana stessa nasce in città (alla Mecca, a Medina) e fa della città l’elemento propulsivo per la sua campagna d’espansione. Di tutte le civiltà che si susseguono sul Mediterraneo nel corso del Medioevo, la musulmana è quella che mette in campo il maggior numero di energie per lo sviluppo cittadino, sia rianimando quelle che erano cadute in disgrazia sia creandone ex novo tante altre. Ad un passato urbano ellenistico, romano, persiano, l’Islàm è capace di sostituirne uno rinnovato e innovatore che si stratifica e si appoggia su quello antico, assimilandone spesso le forme e rielaborandone i contenuti. Le principali città? Cordova, Toledo e Siviglia in Spagna, Alessandria, il Cairo, Tunisi, Qayrawàn e al-Mahdìa nel Nord Africa. In Iràq, Baghdàd, Kufa, il grande porto di Bassora, testa di ponte della grande navigazione marittima verso l’Africa orientale e l’Estremo Oriente. Nell’alta Mesopotamia, Mosùl, alla confluenza tra i paesi arabi, persiani, curdi e bizantini. In Iràn, Hamadhàn, l’antica Ecbatana, che controlla i flussi verso l’Iràq; e ar-Ravy, sul sito dell’attuale Teheràn. E poi Ispahàn, Shiràz, capitale del sud dell’Iràn, Nishapur, un nodo carovaniero di primaria importanza, e, infine, le due ville-oasi della Sogdiana, Samarcanda e Bukhàra. Queste per contare solo le principali. E, infine, all’estremo nord dell’Islàm, Palermo. Città enormi, con popolazioni enormi. Tanto per contare, cinquecentomila sembra che fossero gli abitanti di Cordova. Più di un milione quelli di Baghdàd. Tutte città che basano la propria forza su quattro assi: il potere, la cultura, la posizione di snodo, il commercio. E che non possono nemmeno essere messe a paragone con le città europee dell’epoca, che a confronto praticamente non esistono…

Le città musulmane si pongono al centro di quello che fino ad allora era stato il mondo. Anzi, riuniscono ciò che era stato separato dal lungo conflitto tra i parti e i bizantini: il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Una grande civiltà urbana che condiziona, con la sua presenza e la sua spinta colonizzatrice, tutte le aree periferiche, dal Sudàn all’India, dalla Cina al Sud Italia. Capace di vivificare un tessuto urbano che andava spegnendosi, riportandolo in auge, come avviene per le città greco-bizantine di Damasco e di Aleppo. Civiltà che si serve, ed è un altro elemento di forza e di omogeneità, di un’unica lingua: l’arabo, la lingua religiosa del Corano, la lingua di governo e delle amministrazioni, che diventa anche in Sicilia la principale. Idioma internazionale, lingua franca, adoperata in ogni porto mediterraneo che si rispetti. Strumento di trasmissione culturale, che ha consentito la diffusione di conoscenze ed opere provenienti dal pensiero greco, persiano, indiano, cinese; e di riversare sull’Europa un numero enorme di influenze e di imprimere grande dinamismo alle correnti e ai flussi, che avvenivano in entrambi i sensi, di uomini di scienza, matematici, medici, letterati, poeti, astrologi, linguisti…

L’enorme intrecciarsi di percorsi marittimi e terrestri, un’espansione urbana così diffusa, la trama continua ed estesa di contatti e possibilità: questo è, per molti versi, l’Islàm. Popoli diversi, genti di cultura e costumi differenti, come dice Lombard, “catturati in una rete di relazioni urbane che costituisce l’elemento essenziale di questa civiltà a carattere sincretico”. Capace di fondere, in un tutto unico, il pensiero latino, ebraico, greco, persiano, bizantino, mesopotamico. Un orizzonte, che rispetto a quello ellenistico o romano, si estende dal Mediterraneo all’Oceano Indiano. E prolunga i suoi tentacoli fin dentro l’Europa, il Mar Nero, l’Africa Centrale, l’Asia, la Cina. Un panorama straordinario, raramente narrato, a causa di una serie di pregiudizi, con quella immagine stereotipata dell’Islàm fatta di razziatori, di nomadi, di tende e di deserto”.

Parole molto chiare, quelle di Feniello, che sintetizzano un panorama molto semplice: da una parte, il Medioevo Islamico, chiamiamolo così, periodo di apertura e vitalità economica e culturale, e di avvicinamento tra i popoli; dall’altra, il buio Medioevo occidentale, dominato dalla cristianità, epoca di chiusura, barbarie, intolleranze, indigenza economica, guerre.

Questo, perché i musulmani usavano le navi principalmente per commercio, e solo se costretti dalle circostanze per la guerra; in omaggio al brano del Sublime Corano:

Il vostro Signore è colui che, nella sua bontà verso di voi,

spinge per voi le navi sul mare,

affinché possiate ricercarvi la Sua grazia

(Corano, 17, 66).

LA MONETA UNICA

Oggi, specialmente in Europa, si parla molto di moneta unica, l’euro, simbolo della (presunta) unità economica del nostro continente.

In realtà, sotto il dominio islamico, almeno tutta l’Italia meridionale, la sua moneta unica l’ha già conosciuta molti secoli fa: era la moneta dei musulmani siciliani, e si chiamava tarì.

Questo tarì è stato coniato nel 1072 alla zecca di Palermo. Riporta inciso un brano della Parola d’IDDIO: “E’ LUI che ha mandato il suo Inviato con la buona direzione e la vera religione, per farla trionfare, a dispetto degli associatori, su ogni altra religione” (Corano, 9, 33). Un brano del Corano, dunque (e che brano!), in lingua araba, nonostante al potere vi fosse già subentrato un re cristiano, Roberto il Guiscardo!

Questo tarì è stato coniato nel 1072 alla zecca di Palermo. Riporta inciso un brano della Parola d’IDDIO:
“E’ LUI che ha mandato il suo Inviato con la buona direzione e la vera religione, per farla trionfare, a dispetto degli associatori, su ogni altra religione” (Corano, 9, 33).
Un brano del Corano, dunque (e che brano!), in lingua araba, nonostante al potere vi fosse già subentrato un re cristiano, Roberto il Guiscardo!

Il dinar compare poco nelle terre del Sud. Mentre la vera moneta di successo è il tarì. E’ come un’onda. Compare all’inizio del X secolo ad Amalfi, a Salerno, a Gaeta. Poco dopo a Napoli. Alla metà dell’XI secolo è l’unica moneta che circola in Calabria, ossia in territorio completamente bizantino, preferita a quella di Stato (!). Negli anni immediatamente successivi raggiunge il principato di Capua, Avellino, Benevento, e la Capitanata. Nel giro di un secolo, un secolo e mezzo, la divisa musulmana diviene la protagonista degli scambi meridionali, il principale strumento di pagamento adoperato dalle popolazioni che vanno dal Tirreno agli Appennini interni, alle coste calabra e ionica, e in parte pugliese. E’ una rivoluzione, sia nelle abitudini economiche sia nella vita quotidiana: non si fa caso che queste monete siano espressione di un altro mondo, di un differente modo di sentire la religione e la spiritualità. Nessuno sembra accorgersi che da esse sono scomparsi i simboli che glorificavano gli imperatori bizantini e Cristo, sostituite ora da frasi che celebrano Allah. Versetti in cubico che esaltano l’unico Dio circolano adesso dappertutto, senza scandali da parte di nessuno, né laici né religiosi. Non c’è nessun vescovo che si opponga. Nessun concilio locale. Nessun signore, principe o duca. Non importa: per i cristiani del Mezzogiorno il fine giustifica i mezzi. La moneta è buona, è un eccellente mezzo per gli scambi, viene accettata da tutti: allora questo basta, senza discriminazioni e pregiudizi12.

Questo è un mezzo dirham d’argento (peso g. 1,31), coniato nella Zecca di Palermo nell’844, al tempo dell’Emiro Muhàmmad (841-856). Da una parte è impressa la shahàda, la professione di fede islàmica, dall’altra il nome dell’emiro emittente, la data e il luogo di conio.

Questo è un mezzo dirham d’argento (peso g. 1,31), coniato nella Zecca di Palermo nell’844, al tempo dell’Emiro Muhàmmad (841-856). Da una parte è impressa la shahàda, la professione di fede islàmica, dall’altra il nome dell’emiro emittente, la data e il luogo di conio.

IL TARI’

La parola tarì viene dall’arabo طري (tarī), ovvero fresco [di conio]. Era una moneta d’oro dal peso di circa 1 grammo dal valore di circa 1/4 del dinar arabo-islamico e inizialmente chiamata rubaʿi (lett. quartino). Fu introdotto in Sicilia verso il 913 dai Fatimidi. Era coniato con caratteri cufici, ed il metallo era di buona qualità.

Tarì

Tarì

Quella che vediamo qui è stata coniata nella zecca di Palermo tra il 1140 e il 1154. Porta la scritta “al-malik Rujar al-mu’tazz billah” (re Ruggero, potente per grazia di Dio). Dunque, anche dopo la riconquista cristiana, la moneta siciliana, per essere credibile, doveva avere almeno la scritta in arabo. Del resto, esemplari, più o meno contraffatti, sono circolati in Italia fino al Diciannovesimo secolo! 

Naturalmente, per ogni buona moneta, ci sono anche dei bravi falsari. Indovinate da che parte li troviamo?

“ … ad Amalfi e a Salerno si coniano dei tarì d’imitazione, con iscrizioni che cercano di contraffare quelle musulmane, perlopiù di fantasia. Si tratta di monete svalutate. Impure. Le salernitane contengono meno di un terzo d’oro e più della metà d’argento. Quelle di Amalfi, meno del trenta per cento. Monete di adattamento, che comunque circolano e anche molto. Seppure con delle riserve da parte di chi le adopera. Anzi spesso si richiede un adeguamento al cambio tra tarì coniati nelle zecche meridionali e quelli siciliani. Per capirci, venticinque solidi di tarì in meliore moneta. Oppure, nei pagamenti di terra o di merce, si richiede espressamente che venga effettuata non con tarì di Amalfi ma in moneta antica, quella musulmana, ossia con monete buone de illis monetis veteris. La fiducia dell’acquirente, ora come allora, risiede nella buona qualità della moneta. E quella coniata dai musulmani resta superiore13.

Fronte e retro di un tarì amalfitano

Fronte e retro di un tarì amalfitano

IL MERCATO COMUNE MUSULMANO MEDITERRANEO

 

La situazione geo-politica nell’Italia dell’anno Mille, ai tempi dell’Emirato Islàmico in Sicilia. I musulmani avevano potere politico solo in Sicilia, ma il mercato economico comune che avevano creato era molto più esteso, considerando che arrivava almeno fin quasi alle soglie di Roma.

La situazione geo-politica nell’Italia dell’anno Mille, ai tempi dell’Emirato Islàmico in Sicilia. I musulmani avevano potere politico solo in Sicilia, ma il mercato economico comune che avevano creato era molto più esteso, considerando che arrivava almeno fin quasi alle soglie di Roma.

E’ qui, nel mediterraneo meridionale italiano, che nasce il primo mercato comune europeo. Si basa sul tarì,

“…una valuta di carattere internazionale che rende tutta l’area omogenea sotto un unico denominatore monetario. Fatto che facilita scambi e commerci, crea fiducia in chi compra e in chi vende; e consente un arricchimento palese. Il Meridione si rafforza grazie alla sua appartenenza a questo circuito che cresce all’ombra del tarì: nel quale Africa e Europa mediterranea si integrano efficacemente. Una complementarietà che risulta possibile perché non esistono barriere. Dove il mar Mediterraneo non è un elemento di chiusura, ma uno spazio vitale di nessi e connessioni. E’ infatti l’esistenza di un complesso mercato mediterraneo che riesce a mettere in relazione oro africano, mercurio spagnolo (per il processo di conio, n.d.r.), zecche di Palermo con le risorse e i prodotti che fornisce l’Italia meridionale. Un mercato comune musulmano mediterraneo14.

Tutto ciò è decisamente impressionante soprattutto oggi, pensando ai barconi di disperati che vengono respinti, o che affogano in mare…

E si tenga presente che era un mondo senza banche… ma di questo ne riparleremo.

MA ARRIVARONO I NORMANNI…

Con l’avvento dei normanni, si ha l’inizio della fine di tutto. Le città italiane cadono ad una ad una, i commerci vengono strangolati… Per dirla in breve, col tempo si forma un nuovo asse, di tipo accentratore e colonizzatore, che va da nord a sud in Italia, continentale, e taglia fuori l’Africa, e il Mediterraneo. Il mercato, da ora, è più controllato e più istituzionale. E meno libero. E, soprattutto per la popolazione non nobile, cioè la stragrande maggioranza, meno ricco.

Al culmine di questo periodo storico, si avrà poi la pulizia etnico-religiosa del sud d’Italia, con lo sterminio dei musulmani.

IDDIO volendo, ci ritorneremo.

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1 Ricordiamo al lettore che qui, come ovunque in questo sito, le sottolineature e i grassetti si devono al curatore del testo, e non agli autori eventualmente citati.

2 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 5-6.

3 Cfr. L. Gatto, Il Medioevo, Newton & Compton, pag. 43.

4 Cfr. L. Gatto, Il Medioevo, Newton & Compton, pag. 45.

5 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 27-28.

6 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 28.

7 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 31.

8 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 32.

9 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 32.

10 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 46.

11 L’autore scrive Islam, noi ci permettiamo di scrivere Islàm con l’accento sulla a. E’ una occasione per educare il lettore ad una corretta pronuncia.

12 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 124.

13 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 126.

14 A. Feniello, Sotto il segno del leone. Storia dell’Italia musulmana, Ed. Laterza, Bari 2011, p. 127.