In lode del commercio

Adam Smith e la teoria dei sentimenti. Il commercio nell’Islàm e nella cultura occidentale.

La prima edizione de La ricchezza delle nazioni, l’opera principale di Smith (1776)

Secondo l’insegnamento islamico, non c’è nulla di male nel perseguire lecitamente il benessere economico per sé e per la propria famiglia. Come disse il grande luminare musulmano Ibn al-Qàyyim,

“la base della normativa islamica è la saggezza e il suo fine è quello di creare le condizioni ottimali per la felicità dell’uomo sia in questa vita sia nella vita futura”.

Dice il Sublime Corano:

 “Coloro i quali mangiano al-ribaa (si nutrono di interessi, n.d.r.)
non saranno capaci di stare in piedi
diversamente da come sta in piedi colui
che Satana colpisce con un attacco (epilettico).
E ciò perché essi hanno detto che
commercio ed al-ribaa sono la stessa cosa,
mentre, invece,
Allàh ha dichiarato lecito il commercio e proibito al-ribaa.”
(Cor., 2, 275)

Dunque, l’economia umana, secondo la Parola d’Iddio, si fonda in positivo sul libero commercio, e in negativo sul divieto più totale ed assoluto di ogni forma di interesse. Sul concetto di interesse e sul suo divieto torneremo presto, IN SHA’ ALLAH (se Iddio vuole). Ci occuperemo qui del commercio, ed in particolare del pensiero dell’illustre economista Adam Smith a proposito.

Smith, famoso soprattutto per aver scritto La ricchezza delle nazioni, giudicato da molti come il padre teorico del capitalismo, è stato visto quasi esclusivamente come l’apologeta del libero mercato, la cosiddetta “mano invisibile” che, in base all’innato egoismo insito in ogni uomo, regolerebbe in maniera perfetta la società umana, senza bisogno di interventi in merito di autorità superiori, come lo Stato.

In realtà, in pagine poco conosciute, Smith si sofferma anche sul carattere umanamente positivo del commercio, sui quelli che lui giudica essere elementi tipici e fondanti una vera umanità. Secondo lui, gli uomini possiedono in maniera innata una speciale empatia gli uni verso gli altri, che fa da base ad un equilibrio economico, che a sua volta si riverbera positivamente su di essi.

“Per quanto egoista lo si possa supporre, l’uomo ha evidentemente nella sua natura alcuni principi che lo inducono a interessarsi alla sorte degli altri e che gli rendono necessaria la loro felicità, sebbene da ciò egli non tragga altro che il piacere di vederla. Di questo tipo è la pietà o la compassione, l’emozione che proviamo per l’altrui miseria, quando la vediamo oppure quando siamo portati a concepirla in modo molto vivo”[1].

La frase appena citata svela dunque che in realtà, secondo Smith, non è l’egoismo individuale il motore di tutto, ma l’empatia connaturata all’uomo.

L’aver a che fare con gli altri, ed il libero commercio ne è l’esempio più lampante e clamoroso, di volta in volta lima o acuisce i nostri sentimenti verso il prossimo, in un aggiustamento continuo,

“fino al tono al quale gli spettatori possono essere in grado di entrare in sintonia con lui. Deve aggiustare, se mi è concesso esprimermi così, l’acutezza del suo tono naturale, per ricondurlo all’armonia e all’accordo con le emozioni di quelli che gli sono intorno”[2].

Queste sono parole che vedono l’attività umana guidata da tutt’altro che un semplice egoismo utilitarista. L’aggiustamento di cui parla Smith in realtà è ricerca di armonia, attraverso e con il rapporto, anche economico, col prossimo.

Siamo evidentemente obbligati a sospettare che Smith sia stato mal tradotto, e probabilmente non per caso, visto che da tale cattiva traduzione sono derivate tutte quelle dottrine cosiddette liberiste e neo-liberiste che, appoggiandosi dichiaratamente a quelle di Smith, arrivarono ad esaltare l’economia come una feroce legge della giungla, dove vince il più forte a scapito del più debole.

Invece, Smith dedicò molte pagine della sua opera alla considerazione che l’uomo si organizza comunque in comunità (dalle tribù alle nazioni), solo all’interno delle quali è possibile osservare caratteristiche come la divisione del lavoro. Secondo Smith vi è infatti

“una certa propensione nella natura umana che non ha in vista un’utilità così estesa: la propensione a trafficare, a barattare  e a scambiare una cosa per un’altra…Nessuno ha mai visto un cane fare uno scambio leale e deliberato di un osso per un altro con un altro cane. Nessuno ha mai visto un animale, con i suoi gesti e le sue grida naturali, significare a un altro: questo è mio, quello è tuo, sono disposto a dare questo per quello”[3].

Dunque, è l’esistenza di una comunità, e la connessa sicurezza di potersi scambiare le merci, che rende possibili dapprima lo scambio-baratto-commercio e poi la divisione del lavoro; diversamente, nessuno avrebbe interesse a produrre nulla. Negli uomini c’è dunque una innata predisposizione ad un certo tipo di sentimenti, che precede ogni attività economica di scambio, e allo stesso tempo gli dà sostanza. Gli interessi dell’uomo, quindi, non sono mai esclusivamente economici, come affermano le teorie economiche neoclassiche, la fredda e disumana razionalità delle quali somiglia dunque molto, a ben vedere, a quella delle teorie comuniste della pianificazione dell’economia. In entrambi i casi, sparisce l’umanità in quanto tale.

Ma il passo più bello, ed inaspettato, è quello in cui Smith arriva al nocciolo.

“Quando per via dei principi naturali siamo spinti ad anticipare quei fini che una ragione raffinata e illuminata ci raccomanderebbe, tendiamo a imputare alla ragione, come alla loro causa efficiente, i sentimenti e le azioni con cui anticipiamo quei fini, e a immaginare che essa sia la saggezza umana, quando in realtà è la saggezza di Dio[4].

Come le ricchezze della terra sono accuratamente predisposte per il benessere dell’uomo e per la vita delle piante e degli animali, come ogni creatura vivente possiede un corpo che funziona autonomamente senza che la creatura stessa ne abbia perfetta comprensione, così l’intima natura umana si avvia in maniera del tutto spontanea alle attività di scambio, e l’eventuale razionalizzazione del tutto non arriva se non a posteriori.

Alla base delle attività economiche umane non vi è dunque l’egoismo, ma una innata simpatia-empatia che conduce gli uomini gli uni verso gli altri. E che non può essere magistralmente predisposta se non dal Sommo Creatore di tutto l’universo.

“La simpatia, però, non può in alcun modo esser considerata come un principio egoistico. Quando simpatizzo con la tua pena o con la tua indignazione, si potrebbe pensare, in realtà, che la mia emozione sia fondata sull’amor di sé, poiché deriva dal ricondurre il tuo caso a me stesso, dal mettere me stesso nella tua situazione, e da lì concepire cosa dovrei provare in una simile circostanza. Ma, nonostante si possa affermare in modo del tutto appropriato che la simpatia deriva da un immaginario scambio di situazioni con la persona principalmente coinvolta, tuttavia questo scambio immaginario non si suppone avvenga nella mia persona e nel mio carattere, ma nella persona e nel carattere di colui con cui simpatizzo. Quando mi dolgo con te per la perdita del tuo unico figlio, per avere accesso alla tua pena non considero quello che io, una persona di un tale carattere e di una tale professione, soffrirei se avessi un figlio che sfortunatamente dovesse morire; ma considero quello che io soffrirei se fossi realmente te: non solo mi scambio con te le circostanze, ma le persone e i caratteri. La mia pena, quindi, è completamente per te e nient’affatto per me stesso. Non è, quindi, per nulla egoistica. Come potrebbe essere considerata egoistica quella passione che non deriva nemmeno nell’immaginazione da qualcosa che mi sia accaduta, o che riguardi me, nella mia persona e nel mio carattere, ma che è interamente occupata da ciò che riguarda te? Un uomo può simpatizzare con una partoriente, nonostante sia impossibile che egli possa concepire se stesso come sofferente le sue pene nella propria persona e nel proprio carattere. In ogni caso, quell’intero resoconto della natura umana, che deduce tutti i sentimenti e le affezioni dall’amor di sé, che ha suscitato tanto clamore nel mondo, ma che, per quanto io ne sappia, finora non è mai stato spiegato in modo dettagliato e distinto, mi sembra derivato da una certa confusa incomprensione del sistema della simpatia”[5].

Avremo modo più avanti, IN SHA’ ALLAH (se Iddio vuole) di vedere come, non a caso, la cultura occidentale, compresa la sua componente religiosa, abbia sempre visto il commercio sotto un’aura di negatività.

Ed ALLAH ne sa di più.

Abu Ismail Morselli

[1] A. Smith, Economia dei sentimenti, Donzelli, Roma 2011, p. 79.
[2] A. Smith, Economia dei sentimenti, Donzelli, Roma 2011, p. 100.
[3] A. Smith, Economia dei sentimenti, Donzelli, Roma 2011, p. 53-54.
[4] A. Smith, Economia dei sentimenti, Donzelli, Roma 2011, p. 111.
[5] A. Smith, Economia dei sentimenti, Donzelli, Roma 2011, p. 141-143.