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LIBERTA’ PER ASIA BIBI!

Appello di un musulmano italiano alle autorità pakistane

La cristiana pakistana Asia Bibi

La cristiana pakistana Asia Bibi

Questo è un appello per la liberazione di Asia Bibi.

Chi vuole contribuire a fare pressione sulle autorità pakistane, nell’imminenza della conclusione del processo, può copiare questo testo, sottoscriverlo,
e poi mandarlo a tutti gli indirizzi
delle sedi diplomatiche pakistane conosciute.

LIBERTA’ PER ASIA BIBI

Bismillahi ‘rrahmani ‘rrahiim
Nel nome d’Iddio il Clemente il Misericordioso

Questa è parola d’IDDIO/ALLAH:

E troverete come i più vicini a voi
coloro che dicono – Siamo cristiani! –”

Al Governo della nazione musulmana del Pakistan
Alla Magistratura del Pakistan

Sono un musulmano italiano.

Nel Vostro grande paese, che pure dichiara di ispirarsi, nelle leggi e nell’applicazione delle leggi, alla religione islamica, è detenuta da otto anni, in attesa di giudizio, una ragazza cristiana, con l’accusa di blasfemia.

Non voglio entrare nel merito del processo penale in corso, nonostante in tutto il mondo, anche fra i musulmani, si abbia la chiara percezione che le accuse contro la ragazza non siano sufficientemente provate da giustificare una condanna.

Ma quello che è più profondamente ingiusto, e che non trova giustificazione alcuna nella religione islamica, è che questa povera ragazza sia in carcere addirittura da otto anni, senza ancora aver subito una condanna.

Ora, è noto a tutti coloro che abbiano una conoscenza sufficiente dell’Islàm, che in questa religione non è previsto il carcere preventivo, se non per pochissimi giorni, giusto il tempo necessario per allestire il processo. Dunque, tenere una persona in carcere addirittura otto anni, senza farle un giusto processo, oltre a costituire un fatto profondamente ingiusto nei confronti della persona in questione, è una situazione che danneggia fortemente l’immagine dell’Islàm e dei musulmani in tutto il mondo.

Asia Bibi e la sua famiglia hanno già sofferto enormemente a causa di questa ingiusta situazione, ed è giunto il momento che le loro sofferenze abbiano termine.

Faccio appello dunque al buonsenso ed alla ragionevolezza delle autorità pakistane, affinchè liberino immediatamente Asia Bibi, consentendole di far ritorno alla propria famiglia.

Se farete questo, il mondo intero, ma specialmente i musulmani, non potranno che apprezzare la Vostra generosità e umanità, e il Vostro gesto sarà senza dubbio un primo grande passo per costruire una pacifica convivenza ed un pacifico e duraturo rispetto tra i musulmani e cristiani, ma anche tra tutte le comunità delle diverse religioni che sono presenti nel Pakistan. E sarebbe un gesto che avrebbe certamente enormi ripercussioni positive riguardo ai rapporti tra musulmani e cristiani, in tutto il mondo, e per molto tempo a venire.

Se non lo farete, molti guarderanno al Pakistan, ma anche alla religione islamica in particolare, come sinonimi di oppressione e di assenza di libertà e di pace fra le diverse religioni.

Prego Iddio che vogliate ascoltare il vostro cuore.

Massimo Abdul Haqq Zucchi

LA SIRIA, LA GUERRA, ISRAELE E GLI ALTRI NEMICI, GLI ALLEATI, LA PALESTINA

Intervista di Hussein Mortada al Presidente siriano Bashar Asad

Il Presidente siriano Bashar Asad in preghiera in una moschea.

Il Presidente siriano Bashar Asad in preghiera in una moschea.

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BASHAR ASAD:
L’EQUILIBRIO DEL COMANDANTE SAGGIO

di Massimo Zucchi

È un’intervista che passerà alla storia, questa. E il fatto che sia stata completamente ed accuratamente ignorata da tutti i media d’Occidente, ne è già attestazione lampante della straordinarietà.

E il chiarimento definitivo di tutti gli aspetti del massacro siriano, pur definitivo ed inequivocabile, ne è a mio parere l’aspetto meno importante.

Molto più rilevante, e di gran peso, è il ritratto che ne esce del Presidente Siriano.

Non una parola fuori posto, tutto è spiegato con una chiarezza e una semplicità che hanno dell’extraterrestre, in assoluto, ma specialmente di questi tempi. Dappertutto, una capacità di sintesi fulminante, con parole che rimangono impresse.

Ed anche, e ancor di più, questa straordinaria capacità di commuovere, in assenza totale di artifizi retorici.

Si ha l’impressione di parlare col vicino di casa: lui ti sta insegnando la politica mondiale in poche parole, e tu neanche te ne rendi conto.

Un comandante, che ti spinge a seguirlo anche se non ne sei consapevole.

E del resto, era una persona destinata a curare gli occhi delle persone (cioè a “vederci” meglio), non a fare il Presidente di un popolo straordinario come quello siriano, compito a cui è stato chiamato dopo la morte del fratello, e a cui non era affatto preparato. Ma proprio questa capacità di individuare la “cura” giusta, per la Siria e per il mondo, che gli viene probabilmente anche dagli studi di oftalmologia, ne fanno un comandante particolare.

Un comandante saggio.

Il Presidente Bashar Asad, mentre in famiglia festeggia un compleanno

Il Presidente Bashar Asad, mentre in famiglia festeggia un compleanno

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 L’INTERVISTA

Domanda 1 – La situazione attuale

Giornalista: – Signor Presidente, ci sono molte questioni di cui parlare, ma alla luce delle vittorie ottenute recentemente, pare che ora l’obiettivo principale dell’esercito siriano sia il sud della Siria. Cosa sta succedendo esattamente, o qual è la natura di ciò che sta accadendo in quella zona?

Presidente Assad: – Per dirla semplicemente, dopo la liberazione di al-Ghouta, ci è stato suggerito di spostarci a sud. Ci siamo trovati di fronte a due opzioni, come in tutte le altre aree della Siria: riconciliazione o liberazione con la forza. A questo punto, i russi ci hanno suggerito la possibilità di offrire un’opportunità di riconciliazione, similmente a quanto accaduto in altre aree, al fine di ripristinare la situazione che c’era prima del 2011. In altre parole, un’opportunità per l’esercito siriano di schierarsi in quella zona, che è un’area di confronto con il nemico sionista. E ovviamente i terroristi dovrebbero lasciare l’area. Questa proposta ci sta bene. Fino ad ora, non ci sono risultati concreti per una semplice ragione, e cioè l’interferenza israeliana e americana: costoro hanno messo sotto pressione i terroristi in quella zona per impedire il raggiungimento di qualsiasi compromesso o risoluzione pacifica. Ecco come si presenta la situazione ora.

Domanda 2 – I sionisti impediscono la riconciliazione

Giornalista: – Quindi, non è stato ancora deciso se procedere verso un’operazione militare o verso la riconciliazione?

Presidente Assad: – No, i contatti tra i russi, gli americani e gli israeliani sono ancora in corso, mentre nessuno sta comunicando con i terroristi, perché sono semplici strumenti e attuano ciò che i loro padroni decidono in ultima analisi. Questo è quello che è successo, cioè c’è stata l’opportunità di raggiungere la riconciliazione, ma l’interferenza americana e israeliana ha impedito il realizzarsi di questa possibilità.

Domanda 3 – Lo scambio iraniani – al Tanf

Giornalista: – Certo, questa è la realtà ora. Tuttavia, ci sono molte voci diverse su ciò che succede nel sud. Signor Presidente, c’è un certo accordo, qual è il premio? C’è davvero un premio in ballo, nel caso si concludesse un accordo nel sud? Si parla in particolare della proposta di uno scambio: gli iraniani dovrebbero lasciare la zona, in cambio della resa della zona di al-Tanf, per esempio. Che cosa chiedevano gli americani o, diciamo meglio, qual era il prezzo che gli americani chiedevano per approvare il processo di riconciliazione nel sud?

Presidente Assad: – Per quanto riguarda gli americani, c’è un principio generale che essi seguono sempre, nell’affrontare qualsiasi problema nel mondo. L’unica cosa che vogliono è l’egemonia assoluta, indipendentemente dal problema e dal luogo. Naturalmente, non pagheremo mai quel prezzo; altrimenti non avremmo combattuto questa guerra per anni. Abbiamo combattuto per l’indipendenza del processo decisionale siriano, per la madrepatria siriana e per l’unità del territorio siriano. Per quanto riguarda in particolare l’Iran, vorrei essere molto chiaro: la relazione siriano-iraniana è strategica e non soggetta a un accordo nel sud o nel nord. Questa relazione, in termini di implicazioni e risultati sul terreno, è legata al presente e al futuro della regione. Di conseguenza, non è soggetta ai cartellini dei prezzi del bazar internazionale. Né la Siria né l’Iran hanno diffuso questa relazione sul bazar politico internazionale perché fosse soggetta a mercanteggiamenti. Questa proposta di scambio è stata fatta dagli israeliani con l’obiettivo di provocare e imbarazzare l’Iran, e, allo stesso tempo, è del tutto in linea con la campagna di propaganda internazionale lanciata contro l’Iran per quanto riguarda il dossier nucleare. Non è un problema separato; perché tutto ciò che sta accadendo ora è collegato all’Iran, e il tutto ha anche lo scopo di sollevare l’opinione pubblica internazionale contro l’Iran. Quanto a noi in Siria, la decisione riguardante la nostra terra è una decisione esclusivamente siriana. Stiamo combattendo la stessa battaglia, e quando dobbiamo prendere una decisione riguardante l’Iran, ne parliamo con gli iraniani, e con nessun altro.

Quella che vedete dietro a Pierluigi Bersani è la bandiera del cosiddetto “Esercito Siriano Libero” (Free Sirian Army – FSA), vale a dire la formazione terrorista sostenuta da USASIONSAUD. I politici italiani, nella quasi totalità, hanno sempre sostenuto i terroristi, dandogli il nome di “ribelli”.

Quella che vedete dietro a Pierluigi Bersani è la bandiera del cosiddetto “Esercito Siriano Libero” (Free Sirian Army – FSA), vale a dire la formazione terrorista sostenuta da USASIONSAUD. I politici italiani, nella quasi totalità, hanno sempre sostenuto i terroristi, dandogli il nome di “ribelli”.

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Domanda 4 – Il MOC

Giornalista: – Certo, parleremo ancora dell’Iran, e in modo più dettagliato, più avanti, ma dal momento che stiamo parlando del fronte meridionale, approfondiamo ulteriormente questa questione. Praticamente, nello stesso contesto, c’è il MOC* che non ha interrotto le sue operazioni dall’inizio della guerra in Siria circa otto anni fa. Funziona, è ancora attivo, è stato recentemente riattivato, ed è direttamente collegato agli israeliani. Signor Presidente, questo significa che lo stato siriano si sta muovendo praticamente verso un’azione militare decisiva nel sud, a prescindere dalle conseguenze, se le cose raggiungono o no una situazione di stallo? È un’azione decisiva, secondo la leadership siriana?

Presidente Assad: – No, il MOC non ha nulla a che fare con questa decisione. Il MOC è stato collegato alla presenza e al ruolo dei terroristi dall’inizio della guerra in Siria. Ecco perché esisteva: per guidarli militarmente. Di conseguenza, l’esistenza continua di questa sala operativa significa la continuazione del ruolo dato a questi terroristi, cioè sono equipaggiati e preparati a compiere ulteriori atti terroristici. Il MOC è legato ai terroristi e non al ruolo dello stato siriano. Il nostro ruolo non ha nulla a che fare con questo. La nostra decisione è stata chiara sin dall’inizio: libereremo tutte le terre siriane. Quanto al quando spostarsi a sud, al nord, ad est o ad ovest, questa è una questione puramente militare. Ma, indipendentemente dal MOC, ora ci siamo spostati verso il sud e stiamo dando una possibilità all’opzione politica. Se questa non riesce, non abbiamo altra scelta se non quella di liberare quella zona con la forza.

*Moc – Il Military Operations Center (MOC), fondato nel 2013 da Israele, USA e Giordania, sostiene il Fronte meridionale (Southern Front, il fronte che raggruppa tutte le forze terroriste del sud della Siria, controllato e sostenuto dagli USASIONSAUD), e ha svolto un ruolo significativo in questo periodo. Il MOC opera sotto la supervisione di diverse potenze regionali e internazionali attive in Siria. Ha sede ad Amman e ha un centro operativo gemellato in Turchia, conosciuto con le sue iniziali turche MOM. Funziona da centro di coordinamento per le operazioni dei “ribelli”.

Questa è una foto di soldati dell’esercito siriano, fatti prigionieri dai terroristi. Al momento della liberazione della zona, si è scoperto che erano stati tutti trucidati.

Questa è una foto di soldati dell’esercito siriano, fatti prigionieri dai terroristi. Al momento della liberazione della zona, si è scoperto che erano stati tutti trucidati.

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Domanda 5 – Le due coalizioni

Giornalista: – Ma c’è uno scontro nel sud, e la questione non è limitata geograficamente alla Siria nel senso più ampio della situazione politica. Ci sono gli americani, i russi, gli iraniani, gli israeliani e gli Hezbollah. Tutte queste parti sono lì nella zona. Cosa significa? Come ha intenzione di affrontare questa situazione?

Presidente Assad: – Lei parla di due schieramenti: da una parte, un asse che sostiene il terrorismo, e che è rappresentato dagli Stati Uniti, da Israele e da alcuni leccapiedi nella regione, inclusi alcuni stati arabi e non arabi; dall’altra parte, c’è un asse anti-terrorismo. Il primo asse sostiene il terrorismo e cerca l’egemonia nella zona, mentre il secondo asse cerca l’indipendenza. Quindi, ci può essere un solo risultato per questo confronto, cioè la vittoria di uno di questi due schieramenti. Almeno, per quanto riguarda l’asse antiterrorismo, esso non rinuncerà al processo di pulizia della Siria e della regione dal terrorismo, e non rinuncerà all’unità del territorio siriano. Per quanto riguarda l’altro asse, riuscirà a cambiare la realtà delle cose? Aspettiamo e vediamo. Ma in termini di sostanza e convinzioni (e dunque di intenzioni, ndr), queste certo non cambieranno; mentre le pratiche politiche dettate dalla realtà e dai fatti determinatisi sul terreno, potrebbero cambiare.

Bashar Asad in preghiera in una moschea

Bashar Asad in preghiera in una moschea

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Domanda 6 – I bugiardi di professione

Giornalista: – Gli americani lasceranno al-Tanf?

Presidente Assad: – Gli americani dicono di essere pronti, ma tutti sanno che gli americani sono storicamente bugiardi di professione in politica. Quindi perché dovremmo crederci? Dunque, dobbiamo aspettare e vedere.

Asad in famiglia: giocattoli in regalo.

Asad in famiglia: giocattoli in regalo.

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Domanda 7 – La Giordania

Giornalista: – Sig. Presidente, cosa sta succedendo ora in Giordania? È collegato a ciò che sta accadendo sul fronte meridionale in particolare, cioè è collegato a ciò che viene progettato in quella regione, secondo lei?

Presidente Assad: – In realtà, le uniche informazioni che abbiamo sono quelle che apprendiamo dai media. In ogni caso, desideriamo la stabilità della Giordania, non il caos, perché quest’ultimo avrà un impatto negativo su di noi.

Bashar Asad, assieme alla moglie Asmaa, in visita ad un monastero cristiano.

Bashar Asad, assieme alla moglie Asmaa, in visita ad un monastero cristiano.

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Domanda 8 – I terroristi esercito di Israele

Giornalista: – Dato che stiamo parlando del sud, chiudiamo questo file. Signor Presidente, cosa renderebbe l’occupante israeliano d’accordo sul ritorno dell’esercito siriano alle frontiere, ovvero un ritorno alla situazione esistente all’inizio del 2011, dopo sette anni di ripetuti tentativi sionisti, diretti e indiretti, di minare lo stato siriano, il regime in Siria e la stabilità in Siria? Perché Israele dovrebbe essere d’accordo ora sul ritorno dell’esercito siriano ai confini e al Golan occupato?

Presidente Assad: – Certamente, né le condanne, né la moralità, né il diritto internazionale significano nulla per gli israeliani. Sin dall’inizio della guerra, in particolare da quando ha iniziato ad assumere una chiara fisionomia militare, sul fronte meridionale in particolare, gli israeliani hanno fatto ricorso con continuità alle forze presenti in Siria, e di conseguenza hanno fornito e forniscono un sostegno diretto ai terroristi. L’artiglieria israeliana e gli aerei sono l’artiglieria e gli aerei dei terroristi. Ciò vale ovviamente per Jabhat al-Nusra. Nulla potrà cambiare questo approccio israeliano. Per quanto ci riguarda, l’approvazione di Israele non ha alcun ruolo. Nonostante il sostegno israeliano ai terroristi, abbiamo fatto il nostro lavoro, e l’Esercito siriano si sta facendo strada verso il fronte meridionale, e ha liberato una serie di aree nei limiti delle sue capacità. Quindi, con o senza l’approvazione israeliana, la decisione è siriana, e questo è un dovere nazionale che dobbiamo adempiere.

Un selfie col Presidente Asad, in visita in un mercato di Damasco. Le sue visite e i suoi contatti col popolo siriano avvengono sempre in un’atmosfera molto cordiale e fraterna, e sempre senza scorta.

Un selfie col Presidente Asad, in visita in un mercato di Damasco. Le sue visite e i suoi contatti col popolo siriano avvengono sempre in un’atmosfera molto cordiale e fraterna, e sempre senza scorta.

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Domanda 9 – Il Golan e la resistenza

Giornalista: Quindi, dal punto di vista degli israeliani, un ritorno dell’esercito siriano è meglio che avere a che fare con una resistenza popolare nel Golan, per esempio?

Presidente Assad: – Per gli israeliani?

Giornalista: sì.

Presidente Assad: – Penso che le due opzioni siano entrambe negative per gli israeliani. Sayyed Hasan Nasrallah ha più volte parlato del rapporto tra Siria e resistenza, e del ruolo siriano nella resistenza. Quindi, come potrebbero gli israeliani scegliere tra due cose, entrambe negative per loro?

Manifestazione dei drusi siriani, nel Golan occupato da Israele, contro i terroristi sostenuti dai sionisti.

Manifestazione dei drusi siriani, nel Golan occupato da Israele, contro i terroristi sostenuti dai sionisti.

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Domanda 10 – Riconciliazione

Giornalista: – Come lei ha detto, signor Presidente, Israele ha finanziato, sostenuto, e, cosa molto più incisiva, è stato in grado di arruolare un gran numero di siriani, alcuni dei quali sono stati avvicinati all’interno della Palestina occupata. Ne hanno parlato apertamente. In futuro, come fareste a gestire questo gran numero di agenti israeliani? Forse alcuni di loro sono stati tratti in inganno, Israele potrebbe aver sfruttato le condizioni finanziarie e di vita di alcuni; che di conseguenza hanno scelto di schierarsi con gli israeliani. In che modo tratterete con loro in futuro?

Presidente Assad: – Questo è vero; non possiamo mettere tutti nello stesso paniere. Ci sarebbero diverse ragioni che ci indicherebbero di muoverci in una direzione sbagliata: queste persone hanno fatto del male alla madrepatria e ad ogni cittadino siriano. Però, in fin dei conti, sono i figli di questa terra, e tutti noi abbiamo la responsabilità di questo problema, non solo quelli che hanno sbagliato. Quando il crimine, ad esempio, si diffonde in un determinato paese, l’intera società assume la responsabilità di questo crimine, non solo le agenzie di sicurezza o i criminali stessi. La prima cosa che dovrebbe essere fatta è accogliere queste persone. La seconda cosa da fare, è quella di affrontare le cause profonde che hanno portato a questa forma di patriottismo debole. Le cause qui sono molteplici e complesse, e lo scopo di questa intervista non consente di menzionarle tutte.

Bashar Asad in preghiera in una moschea nella recente festa di ‘Id al Fitr.

Bashar Asad in preghiera in una moschea nella recente festa di ‘Id al Fitr.

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Domanda 11 – È una guerra contro Israele

Giornalista: – Nello stesso contesto, mentre si parla di ripristinare i sistemi di difesa aerea siriana e di affrontare l’occupazione sionista, i leader dell’entità israeliana hanno dichiarato che colpiranno nel profondo del territorio siriano. Come gestireste tale situazione, in particolare l’equilibrio raggiunto recentemente, ossia il rapporto tra aggressioni israeliane e risposte siriane?

Presidente Assad: – Fondamentalmente, non abbiamo smesso di rispondere. Prima di tutto, non abbiamo mai smesso di combattere i terroristi e allo stesso tempo non abbiamo mai smesso di rispondere all’aggressione israeliana all’interno delle capacità a nostra disposizione, militarmente e tecnicamente. Inoltre, col tempo, più queste capacità migliorano, più la risposta sarà migliore e più forte. Ma in realtà la risposta più forte a Israele, ora, è quella di colpire l’esercito israeliano esistente in Siria, costituito praticamente dai terroristi.

Giornalista: – Li considera un esercito israeliano?

Presidente Assad: – Certo, perché agiscono chiaramente e in modo crudele nell’interesse di Israele. I primi atti che hanno compiuto sono stati attacchi contro i sistemi di difesa aerea. Qual è il legame tra i sistemi di difesa aerea e i terroristi che agiscono come fanteria sul terreno? Si trattava con tutta evidenza di un ordine israeliano. Era un ordine israeliano-americano, perché USA e Israele sono la stessa cosa. Quindi, i terroristi sono l’esercito israeliano all’interno della Siria. E dunque l’attacco più forte che si può portare contro Israele, politicamente, militarmente, e da tutti i punti di vista, è quello di colpire i terroristi israeliani all’interno della Siria, sia che appartengano all’ISIS, ad al-Nusra, o agli altri gruppi collegati al piano e alla strategia israeliana.

Giornalista: – Se Israele intensifica gli attacchi, siete pronti a rispondere con più forza?

Presidente Assad: – Questo è quello che sta succedendo. Gli attacchi sono in aumento, e noi stiamo rispondendo. In definitiva, stiamo combattendo la guerra all’interno delle capacità a nostra disposizione e stiamo facendo del nostro meglio con queste capacità. Una risposta non ha bisogno di una decisione politica. Sottolineo che rispondere o non rispondere non è una decisione politica. È una decisione nazionale, ed è stata presa dal primo giorno. Ma l’attuazione di questa decisione dipende da cosa possiamo fare militarmente, e non politicamente.

L’Isis è l’esercito di Israele in Siria.

L’Isis è l’esercito di Israele in Siria.

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Domanda 12 – I missili russi

Giornalista: – In termini di capacità, c’è un problema, evidenziato dai media, che possiamo rilevare, cioè quello relativo ai missili russi S300. La Russia dice “consegneremo questi missili”, e poi dice: “Non li consegneremo”, il che significa che la questione non è chiara. Cosa sta succedendo esattamente? Qual è il perché di questa che a noi sembra una esitazione russa nel consegnare i missili S300 in Siria, mentre alcuni altri paesi cercano di procurasi i più moderni S400 (Arabia Saudita, Qatar, Turchia, ndr), cioè sembrano più avanti della Siria, da questo punto di vista?

Presidente Assad: – Si sa che le azioni militari e le considerazioni militari sono in generale interne a considerazioni politiche. Di conseguenza, una dichiarazione, anche se di natura militare, porta sempre allo stesso tempo messaggi politici. Quindi, perché i russi hanno detto che potrebbero inviare, e poi hanno detto che potrebbero non inviare? Questa domanda andrebbe rivolta ai russi, perché queste dichiarazioni, apparentemente contrastanti, potrebbero far parte delle loro tattiche politiche. Per quanto riguarda l’aspetto militare di queste dichiarazioni, che riguarda la Siria, non è nostra abitudine parlare dell’arma che verrà consegnata o non consegnata. La prova è data dal fatto che le armi usate in risposta alle ultime due aggressioni, l’aggressione tripartita prima, e l’aggressione israeliana poco dopo, non sono state preannunciate dalla Siria. Tradizionalmente, non facciamo annunci di natura tecnico-militare.

Giornalista: – Quindi, anche la natura della risposta non è legata al problema dei missili S300?

Presidente Assad: – No. Stesso discorso. Sia se i missili S300 saranno forniti, sia se non saranno forniti, non faremo annunci relativi alle nostre armi. Un’arma viene usata quando deve essere usata.

Giornalista: – Esiste la possibilità che la Siria sviluppi nuove armi?

Presidente Assad: – Questa rimane una possibilità. In ogni caso, il risultato è lo stesso: delle armi non parliamo fino a quando non vengono utilizzate. Delle armi si parla solo quando vengono utilizzate.

Bashar Asad in un recente incontro col presidente russo Putin.

Bashar Asad in un recente incontro col presidente russo Putin.

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Domanda 13 – L’alleanza Siria-Russia-Iran

Giornalista: – Signor Presidente, torniamo all’aspetto politico, visto che stiamo parlando del fronte meridionale. Per quanto riguarda la situazione generale, alla luce di tutto ciò che è successo finora nell’arena siriana, l’attore più importante è l’alleanza tripartita, o quella che viene chiamata l’alleanza tripartita. Intendo l’alleanza tra la Siria, l’Iran e la Russia. Qual è la natura di questa alleanza? È un’alleanza temporanea, nel senso che è legata alla lotta al terrorismo o ad alcuni sviluppi sull’arena siriana? Recentemente, abbiamo iniziato a vedere – o diciamo che alcuni si sono concentrati su alcuni punti per paventarla – una certa frattura in questa alleanza. Qual è la sua opinione su questo, e qual è la realtà effettiva di questa alleanza?

Presidente Assad: – Parlando prima della parte siriano-iraniana, per 40 anni, e nelle diverse condizioni che la regione del Medio Oriente ha attraversato, questa alleanza è rimasta sempre solida. Quindi, non c’è motivo di dire che essa sia temporanea o meno. Il nuovo elemento nella guerra alla Siria è l’elemento russo, ed è per questo che questa alleanza tripartita è nata. Il nostro rapporto con la Russia ha ormai circa sette decenni. Nonostante le fluttuazioni e la caduta dell’Unione Sovietica, il governo del presidente Eltsin e il parziale seppur forte deterioramento di queste relazioni in larga dal nostro punto di vista, questo rapporto non ha mai raggiunto un punto critico tale da invertire questa relazione con la Siria. La Russia ha continuato a trattare con la Siria come uno Stato amico, e abbiamo importato tutto dalla Russia, comprese le armi, durante le diverse fasi delle sanzioni imposte alla Siria. Non è nella natura dei russi costruire alleanze temporanee o self-serving, o vendere le relazioni per fare affari. La relazione è sicuramente strategica, ma certe dichiarazioni politiche hanno permesso queste speculazioni. Queste dichiarazioni miravano anche a inviare messaggi in diverse direzioni. Forse, a volte la lingua o la scelta di terminologia particolare può risultare non utile, e può far prendere alla dichiarazione una direzione diversa da quella voluta, in contrasto con il contenuto della dichiarazione stessa. Questo succede di tanto in tanto. Tuttavia, queste dichiarazioni non dovrebbero essere prese fuori dal contesto: la visione russa della relazione con l’Iran è strategica, cioè di lungo periodo. Per quanto riguarda la Siria, i russi non interferiscono negli affari siriani. Se hanno una certa opinione, la sollevano con noi e dicono che alla fine la decisione è quella della leadership siriana e del popolo siriano. Questo è un principio costante per la Russia. Pertanto, l’alleanza è strategica e, se ci sono differenze, tali differenze avvengono all’interno dello stato siriano, e si osservano differenze all’interno dello stato iraniano, e all’interno dello stato russo. È naturale per noi differire sui dettagli tattici quotidiani, perché condurre un dialogo se siamo d’accordo su tutto? Ci incontriamo poi quando è necessario per raggiungere un accordo importante.

Giornalista: – Quindi questa alleanza tripartita si sta consolidando.

Presidente Assad: – Certo. Ciò è dettato dalla realtà, dall’interesse e dai cambiamenti internazionali che rendono necessario consolidare questa alleanza. Finché l’altro asse sostiene il terrorismo e finché noi, insieme con l’Iran e la Russia, sentiamo il pericolo del terrorismo, non solo in Siria, ma anche in tutti questi paesi e in tutto il mondo, e finché la Siria, L’Iran e la Russia si rendono conto dell’importanza di rispettare il diritto internazionale, questi fatti rendono necessaria l’esistenza di questa alleanza.

L’alleanza Iran-Russia-Siria è strategica, e più salda che mai.

L’alleanza Iran-Russia-Siria è strategica, e più salda che mai.

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Domanda 14 – I Saud e l’Iran

Giornalista: – Ma c’è chi dice che la Siria avrà un premio se gli iraniani lasceranno i territori siriani. C’è in vista un premio di tipo politico, morale o militare a questo riguardo?

Presidente Assad: – Come ho detto all’inizio, fino a quando questa relazione non sarà diffusa nel bazar, non potranno offrire un premio, e la risposta sarà chiara. Ecco perché non osano suggerire questo premio. Questo problema è stato sollevato da diversi paesi, tra cui l’Arabia Saudita, ad esempio, all’inizio della guerra, e non solo all’inizio, ma in fasi diverse. La proposta era che se la Siria avesse tagliato le sue relazioni con l’Iran, la situazione in Siria sarebbe stata normale. Questo principio è fondamentalmente respinto da noi.

Giornalista: – Quindi ci sono state iniziative, per così dire, fatte in questo senso dall’Arabia Saudita?

Presidente Assad: – Durante la guerra?

Giornalista: – Sì.

Presidente Assad: – Certo, più di una volta, e in modo chiaro.

Giornalista: – Direttamente?

Presidente Assad: – Direttamente. La relazione con l’Iran è stata la base di ogni proposta; e la posizione dell’Arabia Saudita su questo argomento è del resto pubblica. Non sto rivelando un segreto.

Bashar Asad incontra la guida spirituale suprema dell’Iràn, Khamenei.

Bashar Asad incontra la guida spirituale suprema dell’Iràn, Khamenei.

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Domanda 15 – Gli iraniani in Siria

Giornalista: – Viene sollevato un problema, in Siria, in Iran e in Libano, sulla natura della presenza iraniana in Siria. Alcuni li chiamano consiglieri iraniani. Anche il ministro degli Esteri siriano ha usato lo stesso termine. Allo stesso tempo, notiamo che ci sono martiri iraniani. Francamente, signor presidente, qual è la natura della presenza iraniana in Siria adesso?

Presidente Assad: – Il termine “consulente” viene a volte utilizzato in modo ampio, cioè questi consulenti sono stati con noi, attraverso il rapporto di lunga data con l’Iran, anche prima della guerra, perché l’alleanza militare è stretta. Quando una formazione militare si sposta in una posizione di combattimento, il consigliere diventa un combattente. Quindi, la parola può essere usata in diversi sensi. Ci sono certamente consiglieri iraniani in Siria, e ci sono gruppi di volontari iraniani che sono venuti in Siria, e sono guidati da ufficiali iraniani. L’Iran ha combattuto e difeso il popolo siriano. Ha offerto il proprio sangue. Ecco perché quando diciamo “consiglieri”, sappiamo che è un termine generico, ma questo non significa che ci vergogniamo di qualsiasi presenza iraniana, anche se è ufficiale. Ma usiamo la parola “consiglieri” perché non ci sono unità di combattimento iraniane regolari in Siria.

Giornalista: – Cioè, non ci sono formazioni complete.

Presidente Assad: – Esattamente. Non ci sono battaglioni, o brigate o divisioni. Primo, non possiamo nasconderli, e allora perché dovremmo vergognarcene? Quando abbiamo invitato i russi legalmente a venire in Siria, non ce ne siamo affatto vergognati. E se ci fosse una formazione completa iraniana, la annunceremmo, perché tali relazioni necessitano di accordi tra i due stati approvati dai parlamenti. Tali relazioni non possono essere nascoste.

Giornalista: – E voi avete invitato i consiglieri iraniani a venire?

Presidente Assad: – Certo, fin dall’inizio abbiamo invitato gli iraniani, e poi abbiamo invitato i russi. Avevamo bisogno del sostegno di questi paesi e loro hanno risposto alla chiamata.

Giornalista: – Signor Presidente, lei ha affermato più volte che non ci sono basi iraniane in Siria.

Presidente Assad: – E’ la verità.

Giornalista: – Perché non ci sono basi iraniane, mentre notiamo che ci sono un certo numero di basi russe?

Presidente Assad: – Non c’è nulla che impedisca l’esistenza di tali basi finché l’Iran è un alleato come lo è la Russia.

Giornalista: – Questo significa che se l’Iran avesse richiesto l’esistenza di tali basi, lei sarebbe d’accordo?

Presidente Assad: – Se lo dovessimo chiedere, lo chiederemmo in accordo con loro. Intendo dire che potremmo chiedere l’esistenza di tali forze per sostenerci. L’Iran non ha mai chiesto di intervenire, e non ha interesse se non nella lotta al terrorismo. Ma l’evoluzione della guerra ha reso necessario sviluppare la natura di questa presenza. Per quanto riguarda i russi, all’inizio il sostegno russo, come il sostegno iraniano, era diverso da quello che è oggi. Il sostegno al terrorismo si è sviluppato a livello internazionale e globale quando l’esercito siriano ha affrontato quei terroristi, e con quella presenza militare russa e iraniana incrementata. Ad un certo punto, abbiamo scoperto – con i russi, naturalmente – che l’esistenza di basi aeree era necessaria per fornire supporto aereo all’esercito siriano. E ora, se dovessimo convincerci, in cooperazione, coordinamento o dialogo con gli iraniani, che c’è bisogno di basi militari iraniane, non esiteremmo a chiederle. Ma per ora, il sostegno iraniano nella sua forma attuale è buono ed efficace.

Vista dall’alto della base navale russa di Tartus, in Siria.

Vista dall’alto della base navale russa di Tartus, in Siria.

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Domanda 16 – La visita in Iran

Giornalista: – Perché fino ad oggi non ha mai visitato l’Iran, anche se ha visitato la Russia più di una volta?

Presidente Assad: – E’ vero. In effetti, alcuni mesi fa era in programma una visita in Iran, che è stata poi posticipata, ma non cancellata. È stata rinviata a causa di un’emergenza in Siria legata allo sviluppo di battaglie militari. Non vi è certamente alcun motivo che impedisca una simile visita, e spero fortemente di poter visitare l’Iran nel prossimo futuro. Questo è naturale, e il problema è semplicemente logistico, né più né meno.

Bashar Asad in visita ai soldati dell’esercito siriano, subito dopo la liberazione di Ghouta dai terroristi.

Bashar Asad in visita ai soldati dell’esercito siriano, subito dopo la liberazione di Ghouta dai terroristi.

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Domanda 17 – La questione palestinese e l’ipocrisia dei Fratelli Musulmani

Giornalista: – Signor Presidente, mi trasferisco in un altro file. La scorsa settimana è stata la Giornata internazionale di Gerusalemme, e la causa palestinese sta attraversando le sue fasi più difficili. Stiamo parlando della “questione del secolo”, e si decide di spostare l’ambasciata americana nella Gerusalemme occupata. Che cosa ha da dire sulla Palestina? La Siria è ancora in grado di sostenere la causa palestinese? Nella sostanza, non era forse uno degli obiettivi più importanti dei fautori della guerra in Siria, quello di portare la Siria fuori dall’asse della resistenza e impedirgli di sostenere la resistenza, sia in Libano che in Palestina?

Il presidente Assad: – Il contesto palestinese, dal 1948 ad oggi, si è complicato, perché il contesto regionale si è complicato. E certamente, si è complicato perché l’Occidente coloniale, che è particolarmente favorevole a Israele, ha sempre creato elementi che mirano a due obbiettivi. In primo luogo, guidare alla disperazione il cittadino arabo, che è storicamente legato alla causa della Palestina e che l’ha sempre considerata una causa panaraba, che lo ha toccato anche a livello nazionale. L’altro obiettivo è stato quello di distrarre i popoli arabi, insieme agli stati e alla società in generale, verso cause marginali, in modo che non abbiano il tempo di pensare a Israele. E ci sono riusciti in larga misura, anche recentemente, attraverso la cosiddetta “primavera araba”, che ha mirato a distruggere l’infrastruttura politica, militare e psicologica delle società arabe. Tuttavia, i recenti sviluppi hanno dimostrato che il popolo arabo è ancora coscienziosamente attaccato alla causa della Palestina. Per quanto riguarda la Siria – dal momento che ha subito direttamente parte di questi complotti, miranti ad indebolire la condizione araba in generale – in primo luogo, affinché la Siria possa sostenere la causa della Palestina, deve prima di tutto distruggere l’esercito israeliano in Siria. Ripristinare la stabilità in Siria, colpire il terrorismo e sventare il complotto israeliano in Siria, è certamente parte del sostegno alla causa della Palestina. Il sostegno potrebbe essere indiretto con conseguenze dirette, ma queste conseguenze dirette sono legate alla condizione interna palestinese. Non dobbiamo dimenticare che i palestinesi sono divisi tra gruppi che resistono a Israele e sono genuinamente legati alla causa della Palestina, e altri gruppi che sono contro la resistenza e sostengono la pace arrendista e disfattista, mentre ci sono altri gruppi che usano la resistenza come titolo per raggiungere i loro obiettivi politici sotto lo slogan della religione. Questo è ovviamente l’approccio della Fratellanza Musulmana.

Palestinesi e siriani sono da tempo immemore molto vicini, dal punto di vista politico-culturale.

Palestinesi e siriani sono da tempo immemore molto vicini, dal punto di vista politico-culturale.

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Domanda 18 – Prorità

Giornalista: – Siete pronti a offrire qualsiasi cosa la resistenza vi chieda, sia sotto forma di supporto politico, militare, o sotto qualsiasi altra forma di sostegno?

Presidente Assad: – Politicamente, non siamo cambiati. La questione palestinese per noi è ancora come era dieci anni fa e decenni fa. Per noi non è cambiato nulla. Per quanto riguarda ciò che possiamo offrire, questo ha a che fare con due cose: in primo luogo, le attuali capacità della Siria; e non c’è dubbio che ora viene data la priorità alla pulizia della Siria dal terrorismo. Secondo, ha a che fare con la condizione palestinese e con le parti con le quali possiamo occuparci all’interno dell’arena palestinese.

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Domanda 19 – I combattenti e i martiri

Giornalista: - Poiché stiamo parlando di resistenza, c’è un altro aspetto da valutare. Oltre ad alcuni paesi che stavano accanto alla Siria nella lotta al terrorismo, c’è stato anche un ruolo giocato dalla resistenza in Libano, in particolare Hezbollah, che ha fornito un contributo molto importante per combattere il terrorismo. Che cosa dice, signor Presidente, ai combattenti della resistenza e alle famiglie di martiri e feriti?

Presidente Assad: – Molti gruppi di resistenza popolare si sono uniti a noi per difendere il suolo siriano e i cittadini siriani, tra cui la resistenza libanese e i fratelli venuti dall’Iraq, alcuni dei quali mi rimproverano di non averli menzionati per nome; colgo l’occasione per sottolineare che in Siria ci sono fratelli iracheni a cui diamo lo stesso peso di qualsiasi combattente della resistenza venuto da qualsiasi altro paese. Ci sono state anche le famiglie di combattenti della resistenza venuti dall’Iran, che hanno sacrificato il loro sangue in Siria. Dobbiamo mettere tutti questi nello stesso paniere accanto ai martiri siriani, ai combattenti e alle loro famiglie. A quelli dico che tutte le lettere, le parole, le frasi e tutta la letteratura valgono molto meno di una singola goccia di sangue. Le parole hanno un valore molto inferiore a quello che loro hanno offerto. Ciò che è più importante è ciò che la storia scriverà su di loro. In effetti, quando parliamo di scrivere la storia, dobbiamo evidenziare che la storia ha bisogno di una strategia e ha bisogno di tattiche, ma resta il fatto che la strategia senza l’implementazione sul campo non ha valore. Resta un mero prodotto del pensiero, che potremmo includere nei libri e nei saggi. Ma la realtà è che sono questi individui di questi paesi, questo gruppo di combattenti della resistenza, non la politica, a scrivere la storia. Vorrei usare la risposta a questa domanda per esprimere a tutti loro il mio amore, rispetto e apprezzamento, e la mia riverenza verso i combattenti, i feriti e i martiri e a tutte le loro famiglie che hanno il coraggio incarnato, che ha spinto questi individui in Siria per difenderla e combattere il terrorismo, affinché queste famiglie diventino modelli di moralità e di principi per le generazioni presenti e future.

Si chiamava Alaa Mustafa Ainieh, caduto martire nella battaglia contro i terroristi ad Hajar al Aswad. 40.000 soldati dell’esercito siriano sono morti dal 2011.

Si chiamava Alaa Mustafa Ainieh, caduto martire nella battaglia contro i terroristi ad Hajar al Aswad. 40.000 soldati dell’esercito siriano sono morti dal 2011.

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Domanda 20 – Hezbollah

Giornalista: – Ha mai chiesto a Hezbollah di lasciare la Siria? Alcuni giorni fa, Sua Eminenza Sayyed Hasan Nasrallah ha parlato di questo problema e ha affermato che nessuno può portarli fuori dalla Siria, a meno che la leadership siriana non chieda loro di farlo.

Presidente Assad: – La battaglia è lunga, e sta continuando. Quando parliamo di questa alleanza tripartita – ma dobbiamo considerarla un’alleanza quadrupla quando aggiungiamo Hezbollah, perché parliamo di alleanza tripartita in termini di stati inclusi, ma alla fine Hezbollah è un elemento comunque fondamentale in questa guerra – dobbiamo ricordare sempre che la battaglia sarà presumibilmente lunga, e la necessità di queste forze militari continuerà a lungo. Quando non ce ne sarà più bisogno, e quando Hezbollah, Iran o altri giudicheranno che il terrorismo sia stato eliminato, ci diranno che vogliono andare a casa. Come ha detto Sayyed Hasan, hanno famiglie e interessi quotidiani, il che è normale, ma è ancora presto per parlare di questo argomento.

La bandiera di Hezbollah, organizzazione politico-militare libanese sciita.

La bandiera di Hezbollah, organizzazione politico-militare libanese sciita.

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Domanda 21 – I partigiani siriani

Giornalista: – Ad oggi, ci sono ancora aree sotto il controllo dei terroristi, e aree sotto occupazione. Allo stesso tempo, purtroppo, alcuni paesi arabi, e qui sto parlando in particolare dell’Arabia Saudita, hanno annunciato che sono pronti a inviare rinforzi in Siria. Dall’altra parte, pochi giorni fa sono state costituite formazioni popolari delle tribù unite, per implementare la resistenza all’occupazione. Queste unità di resistenza sono davvero popolari? Ricevono sostegno dal governo siriano? Questo significa che l’esercito non può liberare quelle aree, ed è per questo che chiede l’aiuto delle tribù? Qual è la natura di questo problema?

Presidente Assad: – Ci sono diverse forme di questa resistenza, che sono apparse già qualche anno fa. All’inizio combattevano contro l’ISIS, poi hanno iniziato a combattere gli occupanti. Erano contro l’ISIS nelle regioni centrali e orientali, e ci sono stati casi in cui sono apparse in altre regioni, e a cui non è stata data copertura mediatica, e che a volte ascoltiamo attraverso informazioni e indicazioni dirette. Ora, questa situazione ha iniziato ad espandersi. Quindi, non è un singolo caso. Ci sono un certo numero di casi che potrebbero essere individuali a volte, o sotto forma di piccoli gruppi non affiliati a un’organizzazione. In ogni caso, la nostra posizione ufficiale della Siria è stata sin dall’inizio quella di sostenere qualsiasi atto di resistenza, sia contro i terroristi che contro le forze di occupazione, indipendentemente dalla loro nazionalità, cioè americana, francese, turca o israeliana. Sosteniamo tutte quelle forze di resistenza che riconoscono il nostro ruolo nazionale di governo.

Un recente incontro di capi tribù siriani, che hanno formato un fronte unito di resistenza armata contro tutti gli invasori della Siria, in alleanza coll’esercito siriano.

Un recente incontro di capi tribù siriani, che hanno formato un fronte unito di resistenza armata contro tutti gli invasori della Siria, in alleanza coll’esercito siriano.

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Domanda 22 – I cagnolini Saud

Giornalista: – E l’Arabia Saudita, e l’invio di forze saudite in Siria?

Presidente Assad: - In primo luogo, quando parliamo di uno stato, dovremmo assumere che un tale stato possa prendere decisioni in modo indipendente. Ecco perché non parleremo del ruolo dell’Arabia Saudita. Faresti meglio a chiedermi della decisione americana su questo problema.

I rapporti tra gli USA e i luridi criminali Saud sono di lunga data, e i due personaggi della foto, l’ex presidente americano W. Bush e il re Salman, sono anche confratelli massoni nella superloggia massonica transnazionale “Hathor Pentalpha”, responsabile di tutti o quesi gli attentati terroristici in tutto il mondo, dall’11 settembre 2001 (compreso) in poi.

I rapporti tra gli USA e i luridi criminali Saud sono di lunga data, e i due personaggi della foto, l’ex presidente americano W. Bush e il re Salman, sono anche confratelli massoni nella superloggia massonica transnazionale “Hathor Pentalpha”, responsabile di tutti o quesi gli attentati terroristici in tutto il mondo, dall’11 settembre 2001 (compreso) in poi.

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Domanda 23 – La ricostruzione

Giornalista: – D’altra parte, ci sono un certo numero di paesi arabi di cui parliamo e che hanno avuto un ruolo primario o hanno contribuito alla distruzione della Siria. Questi paesi stanno ora cercando di raggiungere la Siria attraverso il processo di ricostruzione. Che cosa dice a questo riguardo, in particolare di quei paesi che hanno risorse economiche ed enorme potere finanziario? Come avete intenzione di affrontare questo problema?

Presidente Assad: – La ricostruzione in Siria non è motivo di preoccupazione per noi. Essa ha bisogno di due fattori: primo, il fattore umano, che è più importante del fattore finanziario. Quando un paese come la Siria possiede il fattore umano, il costo finanziario sarà minore in termini di ricostruzione. Questo è evidente, e possediamo tutti questi fattori nonostante il fatto che molti siriani competenti e qualificati siano emigrati a causa della guerra. Ma abbiamo ancora la possibilità di iniziare la ricostruzione. E le prove sono evidenti ora, perché lo stato sta riguadagnando terreno, e la ricostruzione è iniziata. Per quanto riguarda il denaro, il popolo siriano ha capacità finanziarie, e capitali, la maggior parte dei quali non è in Siria, ma fuori dalla Siria. C’è il capitale, che attende che inizi la ricostruzione, quindi inizierà a investire. D’altra parte, ci sono paesi amici che hanno capacità e desiderano contribuire; e noi abbiamo il desiderio di farli partecipare alla ricostruzione, in modo che ne possano beneficiare, e che noi siriani beneficiamo di questo processo. Alla fine, non abbiamo bisogno di quei paesi “ricchi” di cui parlavamo, e non permetteremo mai che facciano parte della ricostruzione.

Giornalista: – Mai?

Presidente Assad: – Mai, nella maniera più assoluta.

Giornalista: – Nemmeno se ce ne fosse un bisogno in termini di mere risorse finanziarie?

Presidente Assad: – Le risorse finanziarie non sono tutto. Come ho detto, queste sono disponibili. Ci sono diverse fonti nel mondo e in Siria per il capitale.

La ricostruzione in Siria è già in parte cominciata, e sarà lunga. I terroristi hanno distrutto tutto, anche chiese e moschee. Questa è la distruzione avvenuta nella moschea degli Omayyadi, ad Aleppo.

La ricostruzione in Siria è già in parte cominciata, e sarà lunga. I terroristi hanno distrutto tutto, anche chiese e moschee. Questa è la distruzione avvenuta nella moschea degli Omayyadi, ad Aleppo.

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Domanda 24 – Lacrime e gioie

Giornalista: – In questi anni difficili, abbiamo parlato della leggendaria fermezza dell’esercito siriano, del popolo siriano, delle forze armate. Ci può citare due esempi, il momento o l’episodio più difficile che ha dovuto affrontare in questi anni e, dall’altra parte, l’episodio o il momento più bello?

Presidente Assad: – È naturale, al centro di una vicenda militare, che i casi migliori e peggiori siano collegati allo sviluppo della battaglia militare. Se dico che i casi peggiori erano quando i terroristi controllavano una determinata zona, questo è ovvio, ma è legato più a battaglie specifiche, in particolare quando l’area è strategica o la città è grande con una grande popolazione. Di conseguenza, l’impatto sarà molto maggiore psicologicamente e in termini di morale. Ma c’è una situazione, che stiamo ancora vivendo e a cui dobbiamo sempre rivolgere il pensiero: quando un martire o un gruppo di martiri cadono, e questo avviene tutte le settimane per noi, dobbiamo pensare che una famiglia ha perso una persona cara, e che non potrà mai essere risarcita. Potrebbe esserci una ricompensa ottenendo la vittoria ad un certo stadio, ma a livello familiare, psicologico e umano, non è possibile compensare un caro perso da una certa famiglia, o magari un amico perso. Questa è una situazione molto dolorosa che abbiamo vissuto e continuiamo a vivere. E questo non cesserà fino a quando la guerra stessa non cesserà. Ma ci sono stati casi molto dolorosi anche all’inizio della guerra, quando abbiamo assistito ad una enorme mancanza di patriottismo. Erano forse una minoranza, ma una grande minoranza, di individui che erano disposti a vendere la patria e commerciarla insieme ai loro principi, se ne avevano, in cambio di denaro di un certo interesse, oltre a una certa percentuale di estremismo. D’altra parte, ci sono state vittorie, iniziate in particolare con la ripresa della città di Al-Qsair nel 2013, e culminate nella riconquista della città di Aleppo nel 2016, che si è rivelato poi come l’inizio delle vittorie più grandi. È seguita poi la liberazione di Deir Ezzor, e oggi stiamo vivendo la gioia di liberare del tutto Damasco e le sue campagne. Questa è una situazione che tutti abbiamo vissuto, e lei era con noi, e sono sicuro che prova la stessa gioia.

Manifestazioni di gioia di bambini siriani, in un sobborgo di Damasco che l’esercito ha liberato dai terroristi.

Manifestazioni di gioia di bambini siriani, in un sobborgo di Damasco che l’esercito ha liberato dai terroristi.

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Domanda 25 – L’individuo e la comunità

Giornalista: – Si è mai sentito stanco in un determinato momento? Si è mai sentito esitante in un certo momento, alla luce di tutte le decisioni che ha preso? Ha mai pensato, anche solo per un momento, di andarsene? Non ha mai detto a se stesso: fammi salvare la mia famiglia e dare le dimissioni, come alcune persone hanno fatto, a un certo punto della loro storia?

Presidente Assad: – Questa domanda potrebbe essere giustificata se si vede la questione come individuo. Quando mi trovo di fronte a una situazione personale come individuo, dopo alcuni mesi potrei sentirmi disperato. Potrei sentirmi stanco o annoiato o potrei voler passare a una situazione diversa, o arrendermi. Questo è possibile.

Giornalista: – Come individuo?

Presidente Assad: – Certo, come individuo, ma il caso che lei sta proponendo non è personale, è nazionale. Immagina di essere in una condizione diversa, magari costruendo qualcosa da solo. Ti senti stanco, ma quando vedi un gran numero di persone che ti aiutano a costruire, e condividono con te la stessa determinazione, dimentichi la stanchezza. Ora siamo in una situazione nazionale. Stiamo parlando di milioni di siriani. Quando vedi un proiettile che colpisce e le vittime che cadono da qualche parte in Siria, ti senti frustrato. Ma quando vedi che la vita viene ripristinata nella stessa area dopo un’ora, le tue condizioni psicologiche cambiano. Quando vedi che l’elettricista, l’operatore del petrolio, l’insegnante, l’impiegato, si muovono fianco a fianco con i combattenti, muovendosi senza disperazione e senza affaticamento, come puoi sentirti stanco? Questa è una condizione collettiva non correlata a me come persona. Ha a che fare con la nostra condizione umana quando siamo insieme come società. Come viviamo? Questo definisce se sei stanco o meno. Se la società siriana fosse arrivata a questo stadio di disperazione e tendente alla resa, sarei certamente stato con essa. Mi sarei arreso, perché non ho gli elementi necessari per la costanza. Questo è evidente.

Giornalista: – Molte grazie, signor Presidente, per averci offerto questa opportunità, e per la sua sincerità nel rispondere a queste domande. Grazie mille.

La Siria guarda avanti. Ad Aleppo, giovani volontari si organizzano per pulire le strade.

La Siria guarda avanti. Ad Aleppo, giovani volontari si organizzano per pulire le strade.

MISFATTI E PROSPETTIVE DI UN “MASSONE ANOMALO” L’espansionismo del guerrafondaio Erdogan

3 – L’accordo con Israele e il tradimento della Palestina

Erdogan e Netanyahu, l’alleanza fra due terroristi.

Erdogan e Netanyahu, l’alleanza fra due terroristi.

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Il guerrafondaio Erdogan, contestualmente alla sua politica di ricerca, con mezzi leciti e illeciti, della leadership del mondo islamico, di tanto in tanto fa dichiarazioni apparentemente anti-sioniste, di solidarietà coi palestinesi, ecc.

Niente di più ignobilmente falso e fuorviante.

Nei primi due capitoli di questa inchiesta, abbiamo delineato la figura del super-massone Erdogan, inquadrandolo all’interno della sanguinaria e guerrafondaia Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”, cui Erdogan è stato affiliato nel 2000, e che è responsabile di praticamente TUTTE LE GUERRE E TUTTI GLI ATTENTATI TERRORISTICI dall’11 settembre 2001 (compreso) in poi.

Al centro, il leader turco Erdogan. Tutto intorno i suoi confratelli massoni nella Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”.

Al centro, il leader turco Erdogan. Tutto intorno i suoi confratelli massoni nella Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”.

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Da questa terza puntata cominciamo ad analizzare COME Erdogan ha messo e mette in pratica la sua fratellanza massonica con USASIONSAUD.

Questa che ricordiamo qui è la storia di un tradimento e di un accordo infame, nota, ma che non tutti conoscono, e che comunque fa bene ricordare.

È la storia del tradimento della causa palestinese da parte di Erdogan, e la storia di un accordo infame dello stesso Erdogan col governo sionista, stipulato nel giugno 2016.

Dopo essersi proclamato per anni come il primo dei difensori dei diritti del popolo palestinese, il governo dell’AKP di Binali Yildirim, dietro mandato di Recep Tayyip Erdogan, ha siglato un accordo con il governo israeliano di Benyamin Netanyahu. Ha svenduto il popolo di Gaza, che si trova circondato da un blocco imposto da Israele sin dalla guerra d’aggressione lanciata contro questa parte della Palestina nel 2008-9 dallo Stato sionista. Erdogan non solo ha rinnegato la sua vecchia richiesta di far cessare il blocco di Gaza, un blocco totalmente disumano e devastante per il popolo palestinese, ma nel concreto si è spinto tanto oltre da riconoscerlo e da approvarlo sul piano legale. Erdogan con questo accordo ha di fatto legalizzato e autorizzato il criminale blocco di Gaza.

Binali Yildirim, Primo Ministro della Turchia, e capo del AKP, il partito di Erdogan, firmatario del patto infame con Israele.

Binali Yildirim, Primo Ministro della Turchia, e capo del AKP, il partito di Erdogan, firmatario del patto infame con Israele.

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LA STORIA DELLA “FREEDOM FLOTILLA”,
ANTEFATTO DELL’ACCORDO INFAME

L’accordo nasce da un antefatto. Nel maggio 2012 la “Mavi Marmara”, la nave ammiraglia della flotta (detta anche “Freedom Flotilla”) che stava portando aiuti umanitari al popolo di Gaza, in sfida al blocco imposto da Israele sulla Striscia, fu presa d’assalto da commando israeliani in acque internazionali, con la morte di dieci cittadini turchi. La Turchia, a seguito di questo fatto, irrigidì notevolmente le sue relazioni diplomatiche con Israele, ed Erdogan chiese che Israele si scusasse per l’accaduto, pagasse i danni alle famiglie dei defunti, e interrompesse il blocco di Gaza.

La nave “Mavi Marmara” prima dell’assalto terroristico sionista.

La nave “Mavi Marmara” prima dell’assalto terroristico sionista.

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Fino al 2013, le relazioni tra i due paesi rimasero congelate. Nell’anno seguente, sotto la pressione di Obama, che era in visita in Israele, Netanyahu chiamò Erdogan per scusarsi. Cominciò allora un lungo processo di negoziazioni, andato avanti per lo più segretamente, che ha portato all’accordo che illustriamo qui sotto.

Il fatto che Netanyahu si sia scusato nel 2013 per l’incidente della Mavi Marmara, per il quale fu lodato a gran voce dai suoi sostenitori, è stata tutt’altro che una netta vittoria per Erdogan. Come si legge qui sotto.

L’ACCORDO INFAME,
E IL TRADIMENTO DELLA PALESTINA

Ecco i punti salienti dell’accordo con Israele:

  • Viene stabilita la cooperazione tra i due paesi, che prevede persino il trasposto via gasdotto, ai porti turchi, del gas naturale dei giacimenti al largo di Gaza, che Israele rivendica senza averne il diritto. Ciò significa che la Turchia sarà un complice nel furto del gas naturale da parte di Israele a danno dei suoi legittimi proprietari, il popolo palestinese.

  • La Turchia garantisce che Israele abbia un canale diretto di cooperazione con la NATO.

  • La Turchia garantisce che non consentirà attività terroristiche contro Israele che partano dal suo territorio.
  • La Turchia garantisce che non agirà in nessun caso per danneggiare gli interessi di Israele in ambiti come quello delle Nazioni Unite o della NATO. La Turchia ha in questo modo abbandonato la sua opposizione di lunga data alla cooperazione e all’intelligence militare tra NATO e Israele. Questa è una concessione che nessun governo turco, nemmeno il più filo-USA, aveva mai fatto nei 64 anni di permanenza della Turchia nell’Alleanza Nord-Atlantica!

  • Israele ha accettato la seconda condizione di Erdogan, cioè il pagamento dei danni alle famiglie dei defunti: pagherà venti milioni di dollari ad un fondo umanitario. Ma in cambio di questo pagamento c’è una contropartita umiliante per la Turchia: dovrà far cadere tutte le denunce pendenti nelle corti turche contro gli ufficiali israeliani che hanno assaltato la “Mavi Marmara” e ucciso dieci cittadini turchi! Il pagamento avverrà solo quando la Turchia avrà approvato una legge in tal senso, secondo la stampa israeliana.

  • Erdogan e il governo dell’AKP hanno lasciato cadere la loro terza richiesta: la fine del blocco su Gaza. Per indorare la pillola, Israele ha permesso alla Turchia di continuare a mandare aiuti umanitari a Gaza. Nulla di particolare, dato che paesi come la Germania e il Qatar lo stanno facendo da molti anni. In cambio, la Turchia ha accettato che questi aiuti passino dal porto israeliano di Ahdod: ciò che Israele aveva offerto alla flotta [della Mavi Marmara] nel 2010! L’assalto israeliano infatti era avvenuto perché il comandante della flotta aveva rifiutato quest’offerta umiliante! Dunque il governo turco ha ceduto totalmente a Israele, arrivando ad una situazione più servile, nei confronti dello stato sionista, di quanto non fosse prima dell’assalto criminale israeliano, perché adesso la Turchia, di fatto, riconosce il blocco di Gaza.

Qui si può vedere la localizzazione dei giacimenti di gas al largo di Gaza.

Qui si può vedere la localizzazione dei giacimenti di gas al largo di Gaza.

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E per chi vuol saperne di più sulla costruzione del gasdotto che ruberà il gas ai palestinesi, e sarà costruito dalla italiana Edison, legga qui.

E chi vuol saperne di più sui giacimenti stessi e la loro storia, e la storia del furto alla Palestina, legga qui.

L’accordo-resa ad Israele è stato contestato fortemente in Turchia, per quel poco che è lecito contestare. La capitolazione è così incontestabile che perfino la IHH, un’associazione umanitaria sui generis affiliata all’AKP e sempre all’avanguardia nell’organizzare spedizioni d’assistenza, inclusa quella della “Mavi Marmara” che portò al collasso delle relazioni turco-israeliane sei anni fa, ha criticato e ripudiato l’accordo.

Anche il DIP, Partito Rivoluzionario dei Lavoratori, ha condannato severamente quest’accordo.

Soddisfatti pienamente, invece, gli israeliani. Molto eloquenti, a riguardo, le dichiarazioni di Netanyahu, che definisce l’accordo “di enorme portata” e “di importanza strategica” per Israele.

BREVE STORIA
DEL GRANDE AMORE TRA ERDOGAN E ISRAELE

Dunque, alla fine della fiera, Erdogan ha fatto il contrario che contrastare Israele, e difendere la causa palestinese, come sbandiera ignobilmente ai quattro venti: ha fatto l’accordo più amichevole con Israele di tutta la storia della Turchia, e ha completamente abbandonato la causa palestinese. Del resto, da quando è al governo della Turchia, Erdogan ha fin dall’inizio collaborato alla grande con Israele nel commercio, nel turismo, nelle commesse militari, nelle esercitazioni militari congiunte, nei servizi segreti, ecc. Un grande amore, insomma, a conoscenza di tutti gli esperti di politica internazionale, anche se per la gran parte del tutto nascosto al popolo, specie quello turco.

I rapporti, sia economici che militari, tra Israele e Turchia, sono del resto sempre stati ottimi. E Israele li ha sempre coltivati in funzione anti-araba. Ecco cosa diceva un giornalista di Al Jaziira nel giugno del 2010:

Il rapporto israeliano con la Turchia negli anni ’60 e ’70 ha rappresentato una carta per esercitare pressioni sui Paesi arabi, i quali si rendevano conto che lo Stato di Israele estendeva i propri rapporti sebbene gli arabi lo considerassero uno Stato occupante. Inoltre, Israele ha utilizzato questo rapporto per inviare un altro messaggio politico, la cui sostanza era che lo Stato ebraico aveva ottenuto la legittimazione da un Paese che era stato il centro del califfato islamico.

Se la questione della legittimazione e gli aspetti storici erano importanti per Israele, i fattori economici, politici, e di sicurezza lo erano in egual misura. La cooperazione militare fra i due Paesi, che si tradusse in esercitazioni congiunte, nell’acquisto di armi, nell’ammodernamento e nella manutenzione della macchina bellica turca, raggiunse nel 2008 un valore di oltre 1,07 miliardi di dollari.

Sotto il profilo della cooperazione economica, le esportazioni turche verso Israele raggiunsero nel 2008 un valore di circa 1,53 miliardi di dollari. Per altro verso, vi sono circa 250 società israeliane che operano in territorio turco, mentre oltre 580 società turche operano nei territori del 1948.

Le relazioni turco-israeliane si svilupparono nel contesto di un ampio sostegno occidentale, guidato dagli Stati Uniti. Il rapporto fra Ankara e lo Stato ebraico rientrava e continuerà a rientrare negli interessi americani. Washington è convinta che gli alleati nella regione mediorientale siano una necessità imprescindibile, e ogni volta che il numero di questi alleati aumenta gli Stati Uniti vedono rafforzata la loro agenda nella regione. In questo contesto rientra il ruolo della base di Incirlik in Turchia, che fu utilizzata dagli americani per rafforzare l’assedio contro l’Iraq. Allo stesso modo, Washington e l’alleato israeliano non poterono fare a meno di riconoscere un ruolo alla Turchia nelle forze dell’UNIFIL schierate nel sud del Libano. Per non parlare poi del ruolo turco in Afghanistan nell’ambito della NATO.”   Link

Il rapporto fra Ankara e Tel Aviv è dunque, da sempre, molto più d’amore che di odio, ed è sempre stato favorito dagli USA. Dopo i pochi anni di interruzione a seguito dell’incidente della “Mavi Marmara”, l’accordo fra Erdogan e Netanyahu, dunque, rappresenta una mera prosecuzione, nel senso però di un rafforzamento, di un qualcosa che è in piedi da tempo, nonostante Erdogan di tanto in tanto faccia sparate propagandistiche apparentemente anti-sioniste.

Chi vuole scorrere una storia delle relazioni diplomatiche tra Turchia e Israele, può leggere qui.

Una delle ultime sparate propagandistiche di Erdogan è stata quella in occasione della dichiarazione di riconoscimento, da parte di Trump, di Gerusalemme come capitale di Israele. Convocando un summit dei paesi musulmani in Turchia, ne ha dette di tutti i colori contro Israele.

Il vertice della Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), convocato nel dicembre 2017 a Istanbul da Erdogan. La solita ignobile sceneggiata che non ha interrotto gli ottimi rapporti tra la Turchia e Israele.

Il vertice della Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), convocato nel dicembre 2017 a Istanbul da Erdogan. La solita ignobile sceneggiata che non ha interrotto gli ottimi rapporti tra la Turchia e Israele.

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Ma era tutta una sceneggiata per il popolino credulone:

Passati sette anni, si ripete lo scontro fra Ankara e Tel Aviv, con Erdogan che grida contro Israele e guida il risentimento dei musulmani nei confronti di Israele e a favore della causa palestinese. L’ultima notizia, in ordine di tempo, è l’annuncio del presidente turco di aprire un’ambasciata presso lo Stato di Palestina Gerusalemme Est. Tuttavia, sbaglia chi crede che le parole di Erdogan rivelino un grande scontro fra Israele e Turchia. Perché in realtà, proprio sotto la guida del “sultano”, i rapporti economici fra i due Paesi sono stati tutt’altro che negativi. Anzi, nel quindicennio di Erdogan tra premierato e presidenza, il volume commerciale fra Turchia e Israele, come riporta Agi, è notevolmente aumentato. “Pecunia non olet” si direbbe in questi casi. E in effetti, sembra che al netto delle parole, sia israeliani che turchi sappiano perfettamente che essere partner commerciali vale molto più dello scontro sulla Palestina, a dimostrazione che la questione palestinese serva più a Erdogan come trampolino per la leadership mediorientale che come arma contro Israele.

Secondo i dati riportati, il ministero dell’Economia turco ha reso noto che nei primi otto mesi del 2017 il volume di affari tra aziende turche e israeliane ha raggiunto i 3,2 miliardi di dollari, con un aumento del 14% rispetto allo stesso periodo del 2016. E, del resto, è difficile credere che una potenza mediorientale in espansione come quella turca, con un tasso di crescita e di produzione industriale in netto aumento, possa rinunciare a un mercato unico nel panorama mediorientale quale quello israeliano. E stessa cosa può dirsi per le aziende israeliane, che evidentemente, a livello regionale, soprattutto a causa dell’ostilità con l’Iran, possono ambire quale mercato di livello superiore soltanto alla Turchia. Un trend in crescita che sarà interessante capire se sarà riconfermato anche successivamente a questa grave crisi diplomatica. Viste le ultime dichiarazioni, anche da parte israeliana, non sembra che le questioni politiche su Gerusalemme incideranno troppo sugli scambi commerciali e sui progetti economici condivisi dai due Stati. A confermarlo, è stato lo stesso ministro dell’Energia di Israele, Yisrael Katz, il quale ha detto, in un’intervista al quotidiano saudita Ilaf, che gli attacchi di Erdogan non avrebbero avuto ripercussioni negative sugli accordi economici ed energetici tra Ankara e Tel Aviv. E le conferme, in questo senso, arrivano anche da Ankara, dove non è un mistero che la questione del gas del Mediterraneo orientale sia un tema particolarmente importante, a tal punto da mettere in secondo piano anche la causa palestinese. Far diventare il proprio Paese un hub del gas, in collaborazione con Cipro, Israele e Grecia, per Erdogan vale certamente più di essere definito “re di Gaza”. Con buona pace della questione israelopalestinese.” Link

Più chiari di così… Questa è la cruda realtà del terrorista guerrafondaio Erdogan, al di là della propaganda e della menzogna.

MISFATTI E PROSPETTIVE DI UN “MASSONE ANOMALO” L’espansionismo del guerrafondaio Erdogan

2 – I confratelli massoni di Erdogan

Al centro, il leader turco Erdogan. Tutto intorno i suoi confratelli massoni nella Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”.

Al centro, il leader turco Erdogan. Tutto intorno i suoi confratelli massoni nella Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”.

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Nella prima puntata di questa inchiesta sul terrorista guerrafondaio Erdogan, abbiamo delineato il ruolo delle superlogge massoniche transnazionali (Ur-Lodges) nel cercare di costruire un Nuovo Ordine Mondiale, e in particolare il ruolo della superloggia “Hathor Pentalpha”, fondata nel 1996 da Bush Senior. Chi vuole, può leggerla o rileggerla cliccando qui.

Eravamo arrivati al momento dell’iniziazione a questa loggia del leader turco Erdogan. Ecco come questo evento viene descritto dal massone Gioele Magaldi, nel già da noi ampiamente citato libro “Massoni, società a responsabilità illimitata – La scoperta delle Ur-Lodges”:

“… il turco Recep Tayyip Erdogan, che possiamo considerare a cavallo tra Medio Oriente e Vecchio continente. Per inciso, il massone anomalo Erdogan volle essere iniziato tra i figli della vedova (cioè i massoni, ndr) della “Hathor” proprio per avere più carte prospettiche sul piano interno rispetto ai suoi avversari politico-militari…” legati ad altre Ur-Lodges.

Ho sottolineato il “volle essere iniziato” per evidenziare che, nel caso di Erdogan, non si è trattato di una iniziazione partita su iniziativa della Ur-Lodge, ma di ingresso avvenuto a seguito di insistita pressione da parte dello stesso Erdogan, che era già massone. Dunque, una manovra a puro scopo di potere, funzionale ad una crescita del suo ruolo personale nello scacchiere del Medio Oriente. Peraltro, si trova in queste pagine anche un cenno al ruolo di Erdogan nella vicenda-Isis, che viene confermato come partecipe, cinico e ambiguo, conferma esatta, del resto, di come egli è apparso a chiunque abbia seguito le vicende politico-militari internazionali di questi ultimi anni in Medio Oriente:

“… Da ultimo, un fatto per nulla trascurabile. E cioè il ruolo ambiguo e cinico che, rispetto all’avanzata delle truppe dell’Isis/Isil nei territori del cosiddetto Kurdistan iracheno ai confini di Siria e Turchia, sta interpretando un altro massone di rilievo della “Hathor Pentalpha”, ovvero Recep Tayyip Erdogan”.

Massone di rilievo”, dunque, si badi bene, e non l’ultimo arrivato. Un pezzo grosso della massoneria criminale internazionale, il nostro Erdogan. Con un ruolo “ambiguo e cinico”, che indica chiaramente complicità fattive coi terroristi dell’Isis. Complicità peraltro note, e manifestatesi in più occasioni e con diverse modalità. Ma questo lo vedremo in altre puntate.

Il libro di Gioele Magaldi è uscito nel 2014, e chiunque abbia seguito anche superficialmente i fatti di cronaca internazionale, non avrà potuto che avere conferma dell’ambiguità e del cinismo di Erdogan, da allora al giorno d’oggi.

Ma, per avere un’idea più precisa delle personalità di rilievo facenti parte di questa Ur-Lodges ultra reazionaria, cioè dei “confratelli massoni” più illustri di Erdogan, ecco un elenco di alcuni affiliati, della sola zona mediorientale:

Alla Hathor Pentalpha, nel 2000, si affiliarono:

  • il sultano dell’Oman Qàbùs bin Sa’ìd al-Sa’ìd con diversi notabili omaniti,

  • l’emiro del Bahrein Hamad bin ‘Isà al-Khalìfah e alcuni suoi stretti parenti e/o collaboratori,

  • i principi sauditi della dinastia regnante in Arabia Abdallah ibn ‘Abdelaziz al-Saud, Salman bin Abdelaziz al-Saud, Muqrin bin Abdelaziz al-Saud, Khaled al-Faisal, Nawwaf bin Abdelaziz al-Saud, Mutaib bin Abdelaziz al-Saud, Muhammad bin Nayyef bin Abdelaziz al-Saud,

  • gli iraniani Ali Akbar Hashemi Rafsanani, Mohammad Momen, Gholam-Hossein Mohseni Eje’i, Heydar Moslehi, Mahmoud Alavi, Valiollah Seif,

  • l’emiro del Qatar Hamad bin Khalifah al-Thani,

  • gli israeliani Ariel Sharon, David Klein, Stanley Fisher, Moshe Ya’alon,

  • e tanti altri… ”.

Si noti che i confratelli iraniani qui citati sono al momento attuale fuori da posti di governo in Iran. A tutti questi nomi illustri di confratelli massoni di Erdogan, vanno aggiunti naturalmente molti europei, tra cui Sarkoszy (assassino di Gheddafi e bombardatore della Libia), Tony Blair (alleato di Bush nel genocidio iracheno), e tanti altri in tutto il mondo.

Da questa lista, si evince chiaramente, a conferma di quanto abbiamo sottolineato nella puntata precedente, che la Ur-Lodge in questione, come del resto tutte le altre, non rappresenta affatto una emanazione della CIA o di un governo, USA o altri, ma piuttosto un potere altro e superiore, che, al contrario, è capace di infiltrare e indirizzare l’operato di governi e servizi segreti, così come di settori di eserciti o di eserciti al completo, per i propri fini. Ad esempio, un agente della CIA che fosse affiliato a questa, come ad altre, Ur-Lodges, si trova dunque a dover obbedire in primis alla superloggia massonica, e solo in maniera eventuale e subordinata alla CIA stessa.

IL RUOLO DEL FRATELLO MASSONE BIN LADEN

Anche il noto terrorista Osama Bin Laden, massone fin dal 1979, iniziato da Brieszninsky alla Ur-Lodge “Three Eyes” (la superloggia di Rockfeller, Soros, appunto Briesznisky, Kissinger, Agnelli, e, tra gli altri, il nostro Presidente della Repubblica Emerito, Napolitano…) fin dal 1979, è divenuto poi confratello di Erdogan nella “Hathor Pentalpha”. Ecco come viene descritto il periodo in questione:

“… Bin Laden, sia nella fase dal 1979 al 1988, sia dal 1988 ai primi anni Novanta, quando fu fondata ed implementata di concerto con noi la struttura denominata Al Qaeda, era funzionale alle strategie della “Three Eyes” prima, e della triarchia con la “Edmund Burke” e la “White Eagle” poi. Cioè, prima si era prestato a una lotta militare in Afghanistan, in funzione antisovietica. Poi era divenuto protagonista di una rappresentazione simbolica studiata ad arte, dove il suo terrorismo islamico integralista svolgeva su scala internazionale lo stesso ruolo di destabilizzazione/stabilizzazione incarnato negli anni Settanta e Ottanta dai terrorismi rossi e neri di ambito nazionale. A partire dal 1996, e poi in modo sempre più strutturato dal 2000-2001 in avanti, Osama Bin Laden e Al Qaeda vengono strappati al nostro controllo e ingaggiati dalle nuove Ur-Lodges egemoni, la Hathor Pentalpha e la Geburah (una superloggia alleata), per recitare in un nuovo copione. Una sceneggiatura che ha bisogno della figura mitologica e sfuggente del nemico pubblico numero uno e del suo virtualmente ubiquo potenziale terroristico, per realizzare un Nuovo Ordine Mondiale in cui la sicurezza collettiva interna venga anteposta alle libertà civili tradizionali e ai consueti controlli democratici…”.

LA LIBERAZIONE DEL “FRATELLO CALIFFO”

Anche il “califfo” dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, fa parte della meravigliosa lista di confratelli massoni di Erdogan.

“… quello che si è autoproclamato califfo di un nuovo Stato islamico a vocazione imperiale e globale, offerto alla percezione mondiale con il nome di Isis e anche quello di Isil, Islamic State of Iraq and the Levant, nel 2009 fu affiliato in segreto alla Hathor Pentalpha e poi miracolosamente e improvvisamente liberato dal campo iracheno di prigionia antiterroristica di Camp Bucca, dov’era detenuto sin dal 2004…”.

A seguire, esplodono le cosiddette “primavere arabe”, che ingannano persino i settori massonici progressisti, i quali all’inizio hanno supportato in vari modi queste proteste, salvo poi rendersi conto che non scaturivano da autentiche rivendicazioni popolari, ma che invece nascondevano tutt’altro disegno:

Un disegno macchiavellico, spregiudicato e guerrafondaio. Che lasciava trapelare all’esterno il volto feroce dell’integralismo islamico di Al Qaeda e di altre sigle terroristiche… Se, dopo i primi anni di affabulazione manipolatoria seguiti allo shock dell’11 settembre 2001, la narrazione huntingtoniana dello scontro delle civiltà applicata alla guerra al terrorismo islamico negli anni 2001-2005 era apparsa in tutta la sua inconsistenza e fallacia, adesso serviva un nemico meno evanescente e fantomatico di Osama Bin Laden e soci. I terroristi astratti che potevano colpire una tantum e poi sonnecchiare per anni non facevano più paura a nessuno. Ora serviva un nemico più strutturato, spietato e terribile, apparentemente inarrestabile nella sua prospezione antioccidentale in Medio Oriente e altrove. Qualcuno che rinnovasse le minacce del terrorismo ubiquo, che può colpire ovunque e in qualsiasi momento, a Roma come a Madrid, Bruxelles, Amsterdam, Londra, New York, eccetera. Ma anche qualcuno che, con perizia hollywoodiana, instillasse nelle plebi televisive di tutto il mondo l’orrore quotidiano delle sue campagne militari vittoriose, delle decapitazioni e dei proclami fondamentalisti contro la civiltà occidentale e persino contro la civiltà tout court, in nome di un Islàm di maniera che corrispondeva alla perfezione alla caricatura che ne avevano fatto gli epigoni più scriteriati del già scriteriato, in vecchiaia, fratello Samuel Huntington…”.

Ecco qui, il disegno è proprio quello di dare al mondo un’immagine il più orribile possibile dell’Islàm e dei musulmani, ai fini, come si è spiegato nella puntata precedente, di separare questa civiltà dalle altre. E di questo disegno, spero si sia capito, Erdogan è stato complice del tutto consapevole fin dall’inizio, intendendo trarne un ruolo da protagonista per sé, e per la Turchia quello di “stato-guida” del mondo islamico. L’attentato dell’11 settembre 2001 negli USA, che è ormai noto essersi trattato di operazione “interna” americana, dunque una di quelle operazioni false flag (falsa bandiera) cioè compiute sotto una “bandiera” diversa da quella effettiva (in questo caso, Al Qaeda e Bin Laden, che si prestavano a recitare la parte dei musulmani cattivi), messo in atto dalla “Hathor Pentalpha”, è infatti avvenuto circa un anno dopo l’affiliazione di Erdogan alla stessa. Erdogan, dunque, è stato totalmente e scientemente complice dell’operazione terrorista, anche se non coinvolto personalmente. Infatti, proprio nel 2001, dopo essere uscito dal carcere, dove era entrato a seguito di una condanna per incitamento all’odio religioso, Erdogan fonda il “Partito per la Giustizia e per lo Sviluppo (AKP). Con gli aiuti dei nuovi “confratelli”, che lo aiutano in maniera decisiva per avere la meglio sui militari e sul resto delle forze politiche, arriva in brevissimo tempo (solo due anni!) al governo del suo paese.

E nel 2003, appena arrivato al governo della Turchia, confermò il suo feeling totale con la NATO, dando il permesso di sorvolo aereo agli aerei americani che andarono a bombardare l’Iraq, sotto la guida del suo confratello massone Bush.

Ma il bello, nella “carriera” criminale di Erdogan, doveva ancora venire.

2 – continua.

MISFATTI E PROSPETTIVE DI UN “MASSONE ANOMALO” L’espansionismo del guerrafondaio Erdogan

1 – Il ruolo della Turchia nel progetto massonico pentalphiano

Il leader turco Erdogan.

Il leader turco Erdogan.

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Da un po’ di tempo, dopo un primo periodo in cui si è dedicato alla scalata al potere, il leader turco Erdogan sta assumendo un ruolo decisamente interventista nel medioriente, dopo aver consolidato il suo potere anche per mezzo di numerosissimi arresti di suoi oppositori, veri o presunti,.

Ma questo ruolo non se lo è ritagliato e costruito solo grazie alle sue pur notevoli capacità, bensì gli è stato sostanzialmente assegnato (a lui come persona, ma anche al suo paese in quanto nazione, la Turchia), da circoli massonici internazionali molto potenti. In particolare, dalla Ur-Lodge (Super Loggia transnazionale) massonica “Hathor Pentalpha”.

IL VERO POTERE E’ MASSONE” – E’ la massoneria che ha, ma soprattutto gestisce, il potere, praticamente ovunque, o quasi. Ma il vero potere, quello decisivo, quello che si esercita a livello mondiale e internazionale, ha scavalcato da molto tempo le logge massoniche locali, o nazionali, per spostarsi e strutturarsi a livello sovranazionale: non sono più le logge quindi, quelle che contano veramente, ma le superlogge.

Le “Ur Lodges” massoniche sono, a detta del massone Gioele Magaldi,

“… superlogge che nascono costitutivamente su base cosmopolita e vocazione identitaria e operativa sovranazionale. Queste superlogge, da quando sono nate, hanno affiliato sempre e soltanto i più eminenti e ragguardevoli membri della massoneria ordinaria che si sono trovati così nella preziosa condizione di muoversi con disinvoltura in entrambi gli ambienti e di disporre dei migliori strumenti dell’uno e dell’altro circuito per conseguire le loro finalità. Aggiungiamoci l’iniziazione ex-novo di donne e uomini profani ma di particolare prestigio politico, economico-finanziario, mediatico, ecclesiale, intellettuale, artistico, eccetera…”.

Il libro del massone Gioele Magaldi, che porta per la prima volta alla conoscenza del grande pubblico l’esistenza delle superlogge transnazionali massoniche.

Il libro del massone Gioele Magaldi, che porta per la prima volta alla conoscenza del grande pubblico l’esistenza delle superlogge transnazionali massoniche.

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Quindi, oltre a presumibili interessi di tipo esoterico, è evidente come in cima a tutti gli interessi di questi signori, ci sia il potere. Non si spiega infatti diversamente l’iniziazione “ex-novo”, cioè di persone che non abbiano esperito il normale iter iniziatico massonico, di persone influenti in tutti i rami decisivi della società.

Le Ur-Lodge si dividono in due correnti principali: quelle “conservatrici”, e quelle “progressiste”. Metto tra virgolette questi termini perché possono valere come convenzioni approssimative, a patto di non assegnare a questi termini valore definitivo e/o esatto. Per di più, nel corso degli anni sono state costituite superlogge che si sono, almeno nelle intenzioni, volute collocare come “mediatrici” o “di compromesso” fra le due principali correnti di pensiero. Dunque, se è vero che esiste una progettualità che mira a costruire un “Governo Mondiale”, è anche vero che vi sono progetti diversi, e spesso molto conflittuali tra loro. E conflittuali significa che questi conflitti possono generare, e hanno infatti generato, catastrofici conflitti mondiali, con milioni e milioni di vittime.

La prima Ur-Lodge risale al 1849, ed è la progressista “Thomas Paine”.

Il Mahatma Gandhi era un affiliato alla Ur-Lodge progressista “Thomas Paine”

Il Mahatma Gandhi era un affiliato alla Ur-Lodge progressista “Thomas Paine”

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Quel che interessa ora, è rilevare come tutta la storia degli ultimi quasi due secoli sia stata decisa da queste superlogge, a volte in guerra coi rispettivi schieramenti, a volte in periodi di “pax massonica”.

Per la gran parte del tempo, lo scontro si è avuto tra una concezione più “democratica” della società, da una parte, e una concezione più aristocratica, dall’altra, con quest’ultima, dagli anni Sessanta-Settanta in poi, decisamente vincente.

A partire dagli ultimissimi anni Novanta, si è andato costituendo un gruppo di persone, che hanno rotto con l’ala neoaristocratica, in senso però ancora più estremista: nasce così la Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”. Che si costituisce fin dall’inizio con un pacchetto ideologico-programmatico ben preciso, che ha un autore ed un manifesto ideologico facilmente individuabile.

George H. W. Bush, presidente USA dal 1989 al 1993 condusse la prima guerra della coalizione-USA contro l’Iraq, nel 1991. E’ stato il fondatore, con altri, della superloggia massonica “Hathor Pentalpha”, responsabile di tutto il terrorismo nel mondo dall’11 settembre 2001, compreso, in poi.

George H. W. Bush, presidente USA dal 1989 al 1993 condusse la prima guerra della coalizione-USA contro l’Iraq, nel 1991. E’ stato il fondatore, con altri, della superloggia massonica “Hathor Pentalpha”, responsabile di tutto il terrorismo nel mondo dall’11 settembre 2001, compreso, in poi.

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HUNTINGTON E LO “SCONTRO DELLE CIVILTA’” – Nel 1996 uscì un libro che è passato alla storia. S’intitolava “The clash of civilizations and the remaking of world order”, e lo scrittore era Samuel Huntington, docente accademico e studioso di politica estera. Dopo un suo articolo del 1993, che suscitò numerose critiche e interesse, sia in senso negativo che positivo, il libro ebbe un successo planetario, tanto che, a tutt’oggi, è considerato un classico del pensiero neoaristocratico, anche dai detrattori.

Il libro di Samuel Huntington, un vero e proprio manifesto programmatico della Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”, origine di guerre e terrorismo in tutto il mondo

Il libro di Samuel Huntington, un vero e proprio manifesto programmatico della Ur-Lodge “Hathor Pentalpha”, origine di guerre e terrorismo in tutto il mondo

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La tesi di questo libro divide il pianeta, dopo il crollo del muro di Berlino, in nove aree stabilite come culturalmente omogenee, chiamate per brevità “civiltà”:

  • Civiltà occidentale (USA, Europa, Australia…)

  • Civiltà latino-americana

  • Civiltà africana

  • Civiltà islamica

  • Civiltà sinica (Cina e affini)

  • Civiltà indù

  • Civiltà ortodossa (Russia e affini)

  • Civiltà buddista

  • Civiltà giapponese.

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Huntington sosteneva che fosse opportuno mantenere queste civiltà sostanzialmente definite e separate, pur se collaboranti, all’interno di un futuro Nuovo Ordine Mondiale.

Naturalmente, lui guardava innanzitutto a quello che per lui è l’interesse dell’Occidente, in special modo degli USA, e da quel punto vista, secondo lui la politica USA avrebbe dovuto essere di collaborazione e influenza con le altre civiltà, ad eccezione di quella islamica e di quella sinica, da tenere a bada e contrastare in ogni tentativo di espansione socio-economico culturale.

Un mondo diviso, in sostanza il contrario di una umanità multietnica e multiculturale. Con gli USA che devono tenere unita a sé a tutti i costi l’Europa, e che devono tenere lontani l’Islàm e la Cina.

“… Al livello generale, o macrolivello, la frattura principale è fra l’Occidente e gli altri, con i conflitti più intensi destinati a scoppiare tra le società musulmane e asiatiche da un lato, e quella occidentale dall’altro. Gli scontri più pericolosi del futuro nasceranno probabilmente dall’interazione tra l’arroganza occidentale, l’intolleranza islamica e l’intraprendenza sinica.”.

Questa avversione profonda verso l’Islàm, e la contemporanea avversione, altrettanto e forse ancor più profonda, verso la Cina, furono comprese subito (fin dal 1994, cioè quando il libro di Huntington non era ancora uscito!) alla perfezione dal leader libico Gheddafi, che conseguentemente auspicò una vera e propria alleanza dei musulmani con la Cina:

Nuovo Ordine Mondiale significa che ebrei e cristiani controllano i musulmani, e se possono far questo, domani domineranno il confucianesimo e le altre religioni in India, Cina e Giappone… Ciò che cristiani ed ebrei vanno oggi affermando è questo: dopo aver distrutto il comunismo, ora l’Occidente deve distruggere l’islamismo e il confucianesimo… Noi ci schieriamo dalla parte del confucianesimo, e alleandoci ad esso e combattendo al suo fianco in un unico fronte internazionale elimineremo il nostro nemico comune. E dunque noi, in quanto musulmani, sosterremo la Cina nella sua lotta contro il nostro comune nemico… Auspichiamo la vittoria della Cina…”.

Ovviamente, non si tratta qui di questionare la giustezza o meno della impostazione di Huntington, ma di sottolinearne le applicazioni che ne sono state fatte in seguito, e soprattutto da chi, e come.

Per ora, sottolineo solo come, riguardo all’Islàm, Huntington sbagli di grosso le sue valutazioni, dando valore solo agli storici, o presunti tali, che vedono i rapporti storici tra Islàm e Occidente esclusivamente come conflittuali, mentre ignora del tutto i contributi di numerosi studiosi insigni, cito fra tutti l’italiano Franco Cardini, che invece sottolineano come, accanto a periodi di scontro bellico, vi siano stati anche lunghi periodi di pace, e anche di floridi scambi sia economici che culturali.

Oltre a questa grave errata valutazione della storia, si nota anche una sua conoscenza della religione islamica quantomeno lacunosa, allorché, essendo ignorante in materia, attribuisce, prendendo spunto dalla realtà della religione cristiana, carattere missionario anche a quella islamica:

“… Entrambe, infine, sono religioni a forte vocazione missionaria, convinte che i propri adepti abbiano l’obbligo di convertire i non credenti all’unica vera fede…”.

Ora, senza fare un discorso sulle conquiste, che ci porterebbe lontano, voglio solo sottolineare che, a differenza delle conquiste cristiane, che hanno portato, oltre a dei veri e propri genocidi in qualche caso, alla sparizione di ogni altra religione, comprese le cosiddette “eresie”, le conquiste islamiche hanno lasciato in vita le altre religioni, conferendo anzi loro lo status di religioni protette, e questo in ottemperanza a ben precisi precetti coranici, che vietano costrizioni di qualsiasi tipo in materia religiosa.

Dunque, questo presupposto falso, non so dire quanto in buona fede, porta Huntington a creare l’immagine artificiosa (si ricordi sempre che lui ha cominciato a scrivere queste cose nel 1993, quando ancora non si era avuta la stagione degli attentati terroristici “di matrice islamica”) dell’Islàm come minaccia per l’Occidente.

Per quel che più interessa noi europei, c’è un legame stretto, secondo Huntington, tra il contrasto all’Islàm e l’Unione europea, e l’unione-alleanza di questa con l’Occidente egemonizzato dagli USA:

Nello scontro di civiltà in atto, Europa e America sono destinate a restare unite o a perire”.

Questo, nell’applicazione che ne farà la massoneria succitata, vorrà dire che Europa e America vanno tenute insieme con le buone o con le cattive. Cioè, anche usando il terrorismo come metodo politico di “convincimento” (tutti gli attentati compiuti in Europa avevano ed hanno questo obbiettivo, cioè quello di creare una pressione sui governi dei paesi colpiti dal terrorismo, per influenzarne o modificarne gli indirizzi politici, oltre a quello di fomentare nell’opinione pubblica l’odio contro la religione islamica).

E riguardo ai rapporti con l’Islam, si rispolvera addirittura l’espressione “guerra fredda” del periodo 1945-1990; e lo si dice sottoscrivendo appieno le parole dello studioso inglese Barry Buzan:

“… una Guerra fredda contro l’Islàm aiuterebbe a rafforzare enormemente l’identità europea in un’epoca cruciale del processo di costruzione del processo di costruzione dell’Unione europea… potrebbe benissimo esistere in Occidente una vasta comunità disposta non solo a promuovere una Guerra fredda con l’Islàm, ma ad adottare strategie politiche volte ad incoraggiarla.”.

Ora, è chiaro a tutti che degli attentati terroristici che fanno strage (solamente) di civili, rivendicati da presunti stati islamici o organizzazioni islamiche, instillando nelle masse l’odio anti-islamico, facilitano molto la promozione di questa “Guerra Fredda” contro l’Islàm.

GLI STATI-GUIDA E IL MONDO ISLAMICO

Ma, come abbiamo già accennato, il disegno di Huntington, nonostante auspichi che l’Occidente mantenga una superiorità soprattutto tecnologica e militare sul resto del mondo, non si risolve affatto in una dittatura planetaria dell’Occidente stesso, ma prefigura invece una situazione in cui ogni civiltà si governi da sé, in spirito di non contaminazione con le altre civiltà, ma ognuna in sostanziale separazione e distinzione dalle altre.

Questo perché egli ritiene che una penetrazione solamente parziale della civiltà occidentale, che egli ritiene comunque superiore alle altre, all’interno delle altre civiltà, sia dannosa all’agognato Nuovo Ordine Mondiale. Dunque, se è da evitare il contaminare la civiltà occidentale con elementi di altre civiltà, viene paventato anche il movimento in senso opposto:

“… Viceversa, una volta inoculato in un’altra società, il virus occidentale è difficile da espungere. Non è letale ma permane nell’organismo; il paziente sopravvive, ma non guarisce mai. I leader politici possono fare la storia, ma non possono sfuggirvi. Producono paesi in bilico, non creano società occidentali. Infettano il proprio paese con una schizofrenia culturale che finisce col diventarne l’elemento costante e caratterizzante”.

Dunque, questa visione potrebbe essere definita come separatismo, in contrapposizione all’universalismo, che invece concepisce e auspica le culture di tutto il mondo in continua, pacifica, contaminazione reciproca e reciproco arricchimento e miglioramento, e dunque avvicinamento. E Huntington riassume il suo punto di vista molto efficacemente, nelle ultime pagine del suo libro, in due righe fulminanti:

In un mondo a più civiltà, l’unica strada costruttiva è rinunciare all’universalismo, accettare la diversità e cercare le comunanze”.

È dunque, questo immaginato da Huntington, un mondo multiculturale, ma fatto di società monoculturali, perché un governo mondiale monoculturale è da lui giudicato non realizzabile:

Un mondo multiculturale è inevitabile perché l’impero planetario è qualcosa di inconcepibile… La sicurezza del mondo richiede l’accettazione del pluralismo culturale su scala mondiale”.

E questo pluralismo funzionerà così:

Il mondo sarà ordinato per civiltà, o non lo sarà affatto. Al suo interno, gli stati guida delle diverse civiltà prendono il posto delle superpotenze, si ergono a tutori dell’ordine all’interno delle rispettive civiltà nonché, mediante negoziati con altri stati guida, nei rapporti tra esse”.

Ma perché, anziché combattere la conflittualità, bisogna accentuarla?

La conflittualità è universale. Odiare è umano. Per potersi definire e per trovare le opportune motivazioni, l’uomo ha bisogno di nemici: concorrenti in affari, avversari in qualsiasi tipo di competizione, rivali in politica…”.

Non si poteva essere più chiari: ci vuole un nemico, per cementare l’unità europea, e questo nemico è l’Islàm (con la Cina sullo sfondo, e con la Russia che ora è un nemico, in quanto Putin è giudicato “non consono” al progetto del Nuovo Ordine Mondiale). Bisogna capire, però, che queste convinzioni teoriche si sono poi tramutate in attentati terroristici, che fungono benissimo agli scopi suesposti. E naturalmente, questo tipo di progetto ha come perno principale il progettare e favorire tutto ciò che possa contribuire ad esasperare le differenze tra le civiltà, allo scopo di tenerle separate.

L’attentato al locale “Bataclan” di Parigi, dove furono massacrate più di cento persone, il giorno 13 dicembre del 2015. Abbiamo scritto un approfondimento sui retroscena massonici dell’attentato: http://www.civiltaislamica.it/terrorismo/templari-2/ .

L’attentato al locale “Bataclan” di Parigi, dove furono massacrate più di cento persone, il giorno 13 dicembre del 2015. Abbiamo scritto un approfondimento sui retroscena massonici dell’attentato: http://www.civiltaislamica.it/terrorismo/templari-2/ .

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Ma è stato poi chiaro che il metodo da seguire, verso questo mondo “separatista”, è quello di accentuare il più possibile le diversità (specialmente nei confronti di Cina e Islàm), con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Compreso il terrorismo. Ed arriviamo così agli “stati-guida”.

In conseguenza di ciò, infatti Huntington giunge infine a teorizzare la necessità della formazione, laddove già non esistano, di stati che svolgano, all’interno di un “nuovo Ordine Mondiale” prefigurato come abbiamo illustrato, il ruolo di guida della civiltà cui appartengono.

Lo scrittore Samuel Huntington (1927-2008), autore del libro “Lo scontro delle civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale”.

Lo scrittore Samuel Huntington (1927-2008), autore del libro “Lo scontro delle civiltà e il Nuovo Ordine Mondiale”.

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Rimanendo al mondo islamico, dopo aver passato in rassegna i paesi musulmani più importanti, ed averli scartati per motivi diversi, il nostro Samuel individua il paese giusto per fungere da stato-guida in questo modello, per le sue caratteristiche economico-geografiche, di popolazione e di storia: la Turchia. Eccone le motivazioni, con un interessante, ma solo apparentemente contraddittorio, invito ai turchi ad abbandonare il laicismo di matrice ataturkiana:

La Turchia possiede la storia, la popolazione, il livello medio di sviluppo economico, la coesione nazionale, la tradizione e la competenza militare necessari a fungere da stato-guida dell’Islàm… (ma) fino a quando la Turchia continuerà a proclamarsi uno stato laico, la leadership dell’Islàm le sarà preclusa. Cosa accadrebbe, tuttavia, se la Turchia mutasse la propria identità? Prima o poi, potrebbe decidersi ad abbandonare il proprio frustrante e umiliante ruolo di mendicante che implora di essere ammesso in Occidente e riappropriarsi del ben più prestigioso ruolo storico di principale interlocutore islamico e antagonista dell’Occidente… Tra i paesi musulmani, la Turchia è l’unica che possa vantare profondi legami storici con i musulmani dei Balcani, del Medio Oriente, del Nord Africa e dell’Asia centrale. Presumibilmente la Turchia potrebbe “fare come il Sudafrica”: abbandonare il proprio secolarismo in quanto estraneo alla propria natura, così come il Sudafrica ha abbandonato l’apartheid, trasformandosi così da stato paria a stato guida della propria civiltà. Avendo provato il meglio e il peggio dell’Occidente con il cristianesimo e l’apartheid, il Sudafrica è particolarmente qualificato ad assumere il ruolo di stato-leader dell’Africa. Avendo sperimentato il meglio e il peggio dell’Occidente in materia di secolarismo e democrazia, la Turchia potrebbe essere altrettanto qualificata al ruolo di leader dell’Islàm. Perché ciò possa accadere, tuttavia, la Turchia dovrebbe ripudiare l’eredità di Ataturk in modo ancor più deciso di quanto la Russia abbia ripudiato quella di Lenin. Avrebbe altresì bisogno di un leader del calibro di Ataturk, un uomo in grado di conquistare la legittimità religiosa e politica necessaria per trasformare la Turchia da un paese in bilico in uno stato guida”.

Certo, fa impressione leggere da un super neoaristocratico di destra americano, che non ha alcuna simpatia per l’Islàm, la perorazione della causa di uno stato-guida per l’Islàm, addirittura con tanto di augurio di trovare un leader “del calibro di Ataturk”! Ma proprio qui sta l’essenza del progetto di Huntington: per garantire l’ “ordine” da lui sognato, le diverse civiltà vanno “ordinate” assegnando, dove tale ruolo non c’è, uno stato-guida per ciascuna. Ovviamente, questi stati-guida devono essere rispettosi dell’ordine che si andrà a costituire. Il “patto” sta nel fatto di mandare al potere una persona contigua con questo progetto, e ricompensarla, oltre agli ovvi privilegi connaturati all’esercizio del potere, coll’alleanza garantita a chi assume coscientemente questo ruolo. Deve essere chiaro, cioè, che tutto avviene nell’ambito di reciproci patti. In poche parole, “ti mandiamo al potere, e diamo alla Turchia il ruolo di stato-leader dell’Islàm, ma tu in cambio garantisci fedeltà al progetto, tua e di chi ti succederà al potere”. Ingegnoso, ma chiarissimo.

Ma questo, sarà chiaro più avanti.

Intanto, entra in gioco il nostro Erdogan.

Infatti, il ramo più estremista e più terrorista della massoneria reazionaria e neo-aristocratica, sceglierà, fin dagli ultimissimi anni Novanta, la Turchia, e in particolare il massone Erdogan, come “guide” della civiltà dell’Islàm.

Nel 2000, il “massone anomalo” (così lo definisce Gioele Magaldi) Recep Tayyip Erdogan, viene affiliato alla Ur-Lodge massonica “Hathor Pentalpha”, responsabile di praticamente tutto il terrorismo nel mondo, dall’attentato alle Torri Gemelle fino ad oggi.

A seguito di sua insistita richiesta.

  1. continua.

ECCO PER CHI VOTERO’ IL 4 MARZO 2018

“Lista del Popolo per la Costituzione” di Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia

Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa con il logo della “Lista del Popolo”

Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa con il logo della “Lista del Popolo”

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Sono sempre stato un utopista sognatore solidale, e da giovane ho militato nella sinistra extraparlamentare. Il mio ingresso nell’Islàm, nel 1991, ha perfezionato e completato la mia struttura personale, sistemando, con l’apporto decisivo dei valori spirituali e tradizionali islamici, la mia individualità.

Nessuno dei partiti attuali, tradizionali e più recenti, mi rappresenta.

Lista di Popolo” per la Costituzione rappresenta una novità positiva, per almeno tre motivi:

  • Non è un partito, ma un movimento, e si caratterizza per la volontà di riunire tutti gli italiani, anche di impostazione ideologica o religiosa diverse, in un progetto comune di rinascita, e dove non c’è nessun politico di professione. Non è un movimento per la riunificazione della sinistra, ma per la riunificazione di tutti gli italiani. Una vera lista di popolo, dunque, e non di partito.

  • In primo piano ci sono la solidarietà sociale e il ripristino della sovranità nazionale, basati sulla creazione di una moneta parallela, la rinegoziazione dei trattati internazionali e l’eventuale uscita dall’Europa, l’uscita dalla Nato, l’estensione della legge anti-corruzione ai politici. Il tutto, ritornando semplicemente ad una applicazione rigorosa della Costituzione Italiana.

  • La credibilità di persone come Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia, il primo specialmente, uno dei rari casi di giornalista che ha sempre smontato le bufale dei media sull’11 settembre e sul terrorismo internazionale, svelandone i veri mandanti in Israele e la CIA. Si sono meritati sul campo la fiducia degli italiani onesti, con la loro onestà e indipendenza.

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E’ un programma coraggioso, ed è senza dubbio il più serio ed incisivo fra tutti quelli che abbiamo potuto leggere in questi giorni.

Non vinceranno, ma mandare Giulietto Chiesa e Antonio Ingroia in parlamento, mi sembra un’ottima cosa, una garanzia di incisività, di trasparenza e competenza. E comunque il movimento è destinato a crescere.

Non è un voto sprecato, e può essere l’inizio della costruzione di qualcosa di molto importante, se IDDIO volle.

E’ a mio parere, in questo momento storico, la maniera migliore per utilizzare il nostro voto.

Perché il voto rimane comunque l’unica arma che abbiamo, e non votare facilita la vittoria degli altri.

Chiarisco che non conosco né Ingroia né Chiesa, né nessuno dei militanti della “Lista del Popolo”, né tantomeno sono candidato. Ho preso la mia decisione semplicemente confrontando i vari programmi e i vari candidati.

Per chi volesse maggiori informazioni sul movimento, può cliccare qui, www.listadelpopolo.it , per andare sul sito.

PRESENTAZIONE CON DIALOGO

Il libro su Papa Francesco a Trieste, in un centro culturale cattolico

Prima della presentazione. Al centro, vicino a Nadir Akkad, don Ettore Malnati, che ha in mano una copia del suo ultimo libro, “L’avventura del Concilio Vaticano II”, che alla fine della conferenza mi ha voluto regalare.

Prima della presentazione. Al centro, vicino a Nadir Akkad, don Ettore Malnati, che ha in mano una copia del suo ultimo libro, “L’avventura del Concilio Vaticano II”, che alla fine della conferenza mi ha voluto regalare.

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Giovedì 19 ottobre 2017, a Trieste, presso il Centro Culturale Paolo VI, si è avuta la presentazione del libro scritto dal sottoscritto, “Comandante Bergoglio – Papa Francesco visto da un musulmano italiano”, Edizioni Civiltà Nuova.

L’evento è stato organizzato dall’amico cattolico Claudio Caramia, e da don Ettore Malnati, e vi hanno partecipato anche alcuni esponenti dell’amministrazione del Comune di Trieste.

Un momento della presentazione. Alla mia destra, don Ettore Malnati, alla mia sinistra Claudio Caramia.

Un momento della presentazione. Alla mia destra, don Ettore Malnati, alla mia sinistra Claudio Caramia.

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La presentazione, preceduta da un intervento introduttivo del sacerdote, e da alcune considerazioni dello stesso Caramia, è stata seguita con estremo interesse dal pubblico, che ha poi partecipato attivamente, con domande pertinenti, che hanno contribuito allo svilupparsi di un dibattito interessante e molto proficuo, se Iddio vuole.

Era presente anche l’Imam della moschea di Trieste, Nadir Akkad, con cui si è concordata la prossima organizzazione di un evento analogo presso la moschea locale.

Il sottoscritto con Nadir Akkad, imam della moschea di Trieste.

Il sottoscritto con Nadir Akkad, imam della moschea di Trieste.

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Farò e faremo di tutto affichè tali momenti di dialogo e di scambio culturale si moltiplichino, se Iddio vuole, nello spirito del pontificato di Papa Francesco, nello spirito della religione islamica e di tutte le religioni, e della volontà di pace dei popoli di tutto il mondo.

Al centro il sottoscritto, con accanto il mitico organizzatore Claudio Caramia, e una lettrice appena acquisita.

Al centro il sottoscritto, con accanto il mitico organizzatore Claudio Caramia, e una lettrice appena acquisita.

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Potete vedere qui sotto il video dell’evento, diviso in due parti, cui mancano solo pochi minuti finali e la parte del dibattito, saltata per motivi tecnici.

Buona visione.

PRIMA PARTE

SECONDA PARTE

La copertina del libro “Comandante Bergoglio – Papa Francesco visto da un musulmano italiano”, Edizioni Civiltà Nuova.

La copertina del libro “Comandante Bergoglio – Papa Francesco visto da un musulmano italiano”, Edizioni Civiltà Nuova.

Il libro può essere ordinato presso tutte le librerie. Causa concorrenza con Amazon, il modo migliore per ordinarlo online è andare sul sito www.youcanprint.it, cercare “Comandante Bergoglio” e fare l’ordinazione, arriverà in pochi giorni.

IN SIRIA, UN CRISTIANO ELETTO PRESIDENTE DEL PARLAMENTO

E i media censurano

Hammoudeh Youssef Sabbagh, cristiano, è il nuovo Presidente del Parlamento di Siria.

Hammoudeh Youssef Sabbagh, cristiano, è il nuovo Presidente del Parlamento di Siria.

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Il giorno giovedì 28 settembre scorso, con 193 voti a favore (su 252), il cristiano Hammoudeh Sabbagh è stato nominato Presidente del Parlamento siriano.

Sabbagh è un giurista, è membro del partito Baath (partito, come è noto, aconfessionale e laico, che propugna il pan-arabismo, cioè l’unione di tutti i popoli di lingua araba).

Ha 59 anni, ed è originario della provincia di al-Hasaka, nell’estremo nordest del Paese, dove in passato è stato vicegovernatore, ed è entrato nel parlamento di Damasco con le elezioni del 2012.

Il Presidente del Parlamento siriano, Hamoudeh Sabbagh, subito dopo il suo insediamento.

Il Presidente del Parlamento siriano, Hamoudeh Sabbagh, subito dopo il suo insediamento.

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Nel Parlamento siriano siedono numerosi cristiani, esponenti della locale comunità: è cristiano infatti il 10% della popolazione, che è in maggioranza musulmana.

In passato, già un altro cristiano, Fares el-Khoury, di confessione protestante, aveva ricoperto la stessa carica, addirittura in tre periodi. Dapprima, per due volte, tra il 1936 e il ’39 e tra il 1943 e il ’44, durante il protettorato francese prima della seconda guerra mondiale (1920-1946); e poi, una terza volta, dopo la proclamazione d’indipendenza della Siria, tra il 1947 e il 1949.

Il siriano cristiano Faris al-Khoury (1877-1962). Oltre a ricoprire la carica di Presidente del Parlamento siriano in tre diverse occasioni, fu anche due volte Primo Ministro. La prima volta, dal 14/10/1944 al 1/10/1945, e la seconda volta dal 3/11/1954 al 13/02/1955.

Il siriano cristiano Faris al-Khoury (1877-1962). Oltre a ricoprire la carica di Presidente del Parlamento siriano in tre diverse occasioni, fu anche due volte Primo Ministro. La prima volta, dal 14/10/1944 al 1/10/1945, e la seconda volta dal 3/11/1954 al 13/02/1955.

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Sabbagh, tra l’altro, prende il posto di Hadiyeh Khalaf Abbas, a sua volta prima donna a guidare il parlamento siriano. Rimossa lo scorso luglio con voto unanime dei deputati, che la accusavano di comportamenti non democratici, Hadiyeh era stata la prima donna ad essere eletta – per acclamazione – presidente dell’Assemblea del Popolo, il 6 giugno 2016. È stata poi costretta a dimettersi il 20 luglio scorso.

Hadiyeh Khalaf Abbas, Presidente del Parlamento siriano per circa un anno.

Hadiyeh Khalaf Abbas, Presidente del Parlamento siriano per circa un anno.

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Il Parlamento siriano è composto da 250 seggi e ogni legislatura dura, di regola, 4 anni. Il sistema politico siriano è assimilabile a quello a partito unico: 167 seggi sono garantiti ai membri del Fronte nazionale progressista il cui perno è il partito Baath. Esistono anche partiti minori, ma tutti aderiscono al Fronte in posizione subordinata rispetto al Baath.

Il Parlamento siriano è monocamerale. Si può notare, in questa foto risalente a prima dell’elezione del nuovo Presidente, come la composizione del parlamento sia assolutamente varia e non uniforme. Si vedono infatti, individuabili già dall’abbigliamento, uomini vestiti con abiti tradizionali islamici, uomini in occidentalissime giacche e cravatte, donne velate e donne non velate.

Il Parlamento siriano è monocamerale. Si può notare, in questa foto risalente a prima dell’elezione del nuovo Presidente, come la composizione del parlamento sia assolutamente varia e non uniforme. Si vedono infatti, individuabili già dall’abbigliamento, uomini vestiti con abiti tradizionali islamici, uomini in occidentalissime giacche e cravatte, donne velate e donne non velate.

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Da un punto di vista etnico, i siriani sono per il 90% arabi, per il 9% curdi, e per l’1% armeni.

La società siriana è anche un mosaico di religioni diverse che convivono fianco a fianco da secoli. I musulmani sunniti sono la maggioranza, poi vi sono gli sciiti e gli alauiti (come la famiglia Asad), i drusi e i cristiani. Questi ultimi sono suddivisi in 11 comunità di diverse confessioni, ortodossi e cattolici di diversi riti. Queste diverse connotazioni cristiane, è bene ricordarlo, esistono semplicemente perché, in territorio islamico, esse hanno potuto sopravvivere tranquillamente senza essere perseguitate per la loro religione, a differenza di quanto accadeva sia sotto i cristiani bizantini sia sotto i cattolici romani. Le statistiche prima dell’attuale guerra ci parlavano di una popolazione di più di 22 milioni di abitanti, di cui i cristiani erano circa l’8%, dunque intorno al milione e mezzo di fedeli.

Ecco la situazione politico-sociale-religiosa della Siria, da quando è al potere Bashar al-Asad, così come ce la descrive monsignor Giuseppe Nazzaro, Vicario Apostolico emerito di Aleppo:

Bachar inizia ad allentare le redini, il popolo comincia a respirare, la Siria ad aprirsi all’occidente. Il benessere entra nel paese: tutti ne usufruiscono; il turismo aumenta continuamente; la gente viaggia all’estero con facilità. Le fabbriche lavorano, il Commercio si sviluppa. Gli stranieri vengono ad investire in Siria. Tutte le comunità etniche sono libere di esercitare la propria religione.

Tutte le anime che compongono il popolo siriano : Sunniti, Alawiti, Cristiani, Sciiti ed altri, vivono in pace tra loro, sono associati nel commercio; nelle differenti relazioni sociali non vi è distinzione tra gli appartenenti ad un gruppo o l’altro. Nello stesso Governo vi sono almeno tre Ministri cristiani, non esiste pregiudizio alcuno per la nomina di un Direttore di Banca cristiano, nell’esercito i più alti gradi sono accessibili a tutti. Ogni comunità è libera di praticare pubblicamente il proprio credo, per esempio noi cristiani non solo non abbiamo mai avuto problemi nelle chiese ma si era liberi anche di fare le nostre processioni per le strade della città.

Per le festività maggiori, per noi Natale e Pasqua, per l’Islam la festa della fine del Ramadan e quella del Sacrificio, ci scambiavamo gli auguri liberamente, gli islamici venivano da noi e noi andavamo da loro. Le visite di cortesia tra famiglie musulmane e cristiane erano molto frequenti senza alcun pregiudizio. Tutti si sentivano a casa propria, tutti erano siriani, figli di una stessa patria anche se con tradizioni storiche diverse”.

Monsignor Giuseppe Nazzaro, Vicario Apostolico emerito di Aleppo.

Monsignor Giuseppe Nazzaro, Vicario Apostolico emerito di Aleppo.

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Come si vede, basta studiare il mondo islamico, così com’è DA SECOLI, per capire che la tolleranza religiosa è da sempre una situazione NORMALE in queste popolazioni.

Mentre sappiamo che il cosiddetto “Occidente cristiano” ha tutta un’altra storia.

E si vede dunque con chiarezza che l’Occidente deve imparare la tolleranza religiosa dal mondo islamico.

Ah, dimenticavo: di tutto quello che ho scritto, sui mass-media nazionali e internazionali voi, naturalmente, NON AVETE NE’ LETTO NE’ VISTO NE’ ASCOLTATO NULLA.

ADINOLFI, RATZINGER E L’ISLÀM

L’uso strumentale della lezione di Ratisbona

Papa Benedetto XVI con Papa Francesco.

Papa Benedetto XVI con Papa Francesco.

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In certi particolari ambienti soprattutto giornalistici, cattolici e non cattolici, ma accomunati da una avversione per Papa Francesco (che poi, sarebbe in pratica un’avversione per tutto ciò che puzza di pace, di tolleranza, di cultura, di dialogo), si assiste da tempo ad un uso smodato della famosa “Lezione di Ratisbona”, un discorso sui rapporti tra ragione e religione, tenuto da Papa Benedetto XVI il 12 settembre 2006 nell’Aula Magna dell’Università di Regensburg.

Ultimo in ordine di tempo, il giocatore di poker Mario Adinolfi, che ha insistito sulla necessità di “ripartire dalla lezione di Ratisbona”.

Questa “lectio magistralis”, come è stata definita, viene tirata in ballo ogni volta che si intende mettere in difficoltà Papa Francesco, alludendo al fatto che questa lezione sarebbe “contro l’Islàm”, mentre invece Papa Francesco sarebbe “troppo tenero con l’Islàm”. Si pretende, per delegittimare il Papa attuale, che quello precedente fosse “migliore”, più “attinente alla dottrina”, mentre quello attuale sarebbe una specie di eretico. E questo, soprattutto in relazione ai rapporti con l’Islàm.

Da una lettura attenta del testo integrale, emerge invece tutt’altro.

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DONNE MUSULMANE AL GOVERNO

Mentre gli americani, come i francesi, come gli italiani, ecc., sono ancora a zero…

Halimah Yacob, 63 anni, eletta Presidente di Singapore. Musulmana.

Halimah Yacob, 63 anni, eletta Presidente di Singapore. Musulmana.

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Il 12 settembre 2017, Halimah Yacob, 63 anni, è stata eletta Presidente di Singapore.

È il primo presidente donna di questo paese, ed è musulmana.

Ha militato per anni nel Sindacato Nazionale, diventandone anche vice-segretario nazionale. Si è sempre occupata, in particolar modo, dei diritti degli anziani e delle donne, patrocinando anche l’Associazione delle Donne Musulmane di Singapore. Ha cinque figli.

Singapore è un paese di circa cinque milioni e mezzo di abitanti, dove convivono molte religioni. Il 33% è buddista, il 18% cristiano, il 15% musulmano.

MA NON È LA PRIMA – Anche rimanendo solo ai tempi moderni, Halimah non è tuttavia la prima donna musulmana ad assumere il ruolo di capo di governo o di presidente del paese in cui vive. Anche molti paesi musulmani hanno avuto una donna come Primo Ministro o Presidente. Forniamo qui di seguito una carrellata di altre donne musulmane che hanno ricoperto tali cariche.

Sheikh Hasina Wazed. Attuale Primo Ministro del Bangladesh, in carica dal 10 gennaio 2009. Precedentemente, aveva già ricoperto la carica di Primo Ministro, dal 23 giugno 1996 al 15 luglio 2001.

Sheikh Hasina Wazed. Attuale Primo Ministro del Bangladesh, in carica dal 10 gennaio 2009. Precedentemente, aveva già ricoperto la carica di Primo Ministro, dal 23 giugno 1996 al 15 luglio 2001.

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Begum Khaleda Zia. È stata Primo ministro del Bangladesh dal 20 marzo 1991 al 30 marzo 1996, e poi ancora dal 10 ottobre 2001 al 29 ottobre 2006. Dunque, escluso un breve periodo di tre anni, dal 2006 al 2009, il Bangladesh, che è per popolazione il terzo paese musulmano al mondo (lo è la quasi totalità degli abitanti), con quasi 170 milioni di abitanti, è governato ininterrottamente da una donna dal 1991! Quale paese della fantastica e inarrivabile “civiltà occidentale dalle radici giudaico cristiane” può vantare altrettanto? Il dato di fatto inoppugnabile, dunque, è che la cultura islamica, pur con tutte le sue arretratezze (dovute peraltro non alla religione islamica, ma ad arcaismi di tradizioni locali duri a morire) è fuor di dubbio da sempre all’avanguardia nella liberazione della donna. E il resto della lista è una conferma.

Begum Khaleda Zia. È stata Primo ministro del Bangladesh dal 20 marzo 1991 al 30 marzo 1996, e poi ancora dal 10 ottobre 2001 al 29 ottobre 2006. Dunque, escluso un breve periodo di tre anni, dal 2006 al 2009, il Bangladesh, che è per popolazione il terzo paese musulmano al mondo (lo è la quasi totalità degli abitanti), con quasi 170 milioni di abitanti, è governato ininterrottamente da una donna dal 1991! Quale paese della fantastica e inarrivabile “civiltà occidentale dalle radici giudaico cristiane” può vantare altrettanto? Il dato di fatto inoppugnabile, dunque, è che la cultura islamica, pur con tutte le sue arretratezze (dovute peraltro non alla religione islamica, ma ad arcaismi di tradizioni locali duri a morire) è fuor di dubbio da sempre all’avanguardia nella liberazione della donna. E il resto della lista è una conferma.

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Benazir Bhutto. È stata per due volte Primo Ministro del Pakistàn (dal 1988 al 1990, e dal 1993 al 1996), un paese di duecento milioni di abitanti, sesto paese più popolato al mondo, e secondo fra i paesi musulmani dopo l’Indonesia (tanto per fare un paragone, si tenga conto che ad esempio la Libia, di cui si parla molto da tempo, ha poco più di sei milioni di abitanti). È morta assassinata il 27 dicembre 2007, in un attentato terroristico a Rawalpindi, in cui rimasero uccise più di 20 persone.

Benazir Bhutto. È stata per due volte Primo Ministro del Pakistàn (dal 1988 al 1990, e dal 1993 al 1996), un paese di duecento milioni di abitanti, sesto paese più popolato al mondo, e secondo fra i paesi musulmani dopo l’Indonesia (tanto per fare un paragone, si tenga conto che ad esempio la Libia, di cui si parla molto da tempo, ha poco più di sei milioni di abitanti). È morta assassinata il 27 dicembre 2007, in un attentato terroristico a Rawalpindi, in cui rimasero uccise più di 20 persone.

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Megawati Sukarnoputri.  È stata Presidente dell’Indonesia (paese di quasi trecento milioni di abitanti, il 90% dei quali musulmani) dal 23 luglio 2001 al 20 ottobre 2004.

Megawati Sukarnoputri. È stata Presidente dell’Indonesia (paese di quasi trecento milioni di abitanti, il 90% dei quali musulmani) dal 23 luglio 2001 al 20 ottobre 2004.

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Tansu Penbe Ciller. È stata Primo ministro della Turchia dal 25 giugno del 1993 al 6 marzo del 1996.

Tansu Penbe Ciller. È stata Primo ministro della Turchia dal 25 giugno del 1993 al 6 marzo del 1996.

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Sibel Siber. È stata Primo Ministro della parte nord di Cipro (quella musulmana) per pochi mesi tra il 2012 e il 2013.

Sibel Siber. È stata Primo Ministro della parte nord di Cipro (quella musulmana) per pochi mesi tra il 2012 e il 2013.

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Rosa Isakovna Otunbayeva. È stata Presidente del Kyrgyzistàn, paese composto per l’85% da musulmani, tra il 2010 e il 2011.

Rosa Isakovna Otunbayeva. È stata Presidente del Kyrgyzistàn, paese composto per l’85% da musulmani, tra il 2010 e il 2011.

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Mame Madior Boye. È stata Primo Ministro del Senegal dal 3 marzo 2001 al 4 novembre 2002. Il Senegal ha una popolazione di quasi 15 milioni di abitanti, più del 90% dei quali è musulmano. Il Senegal ha un parlamento composto per il 43% di donne. Tanto per fare un paragone: in Europa, solo la Svezia ne ha poco di più (44%), mentre la Spagna uguaglia il Senegal (43%), e tutti gli altri paesi hanno percentuali di parlamentari donne inferiori al Senegal, con la Germania al 36%, il Regno Unito al 29%, la Francia al 26,2 %, per finire con l’Ungheria, fanalino di coda con appena il 10% di donne parlamentari. L’Italia, per la cronaca, ha il 31% di donne parlamentari (ed è un record, prima erano di meno!).

Mame Madior Boye. È stata Primo Ministro del Senegal dal 3 marzo 2001 al 4 novembre 2002. Il Senegal ha una popolazione di quasi 15 milioni di abitanti, più del 90% dei quali è musulmano. Il Senegal ha un parlamento composto per il 43% di donne. Tanto per fare un paragone: in Europa, solo la Svezia ne ha poco di più (44%), mentre la Spagna uguaglia il Senegal (43%), e tutti gli altri paesi hanno percentuali di parlamentari donne inferiori al Senegal, con la Germania al 36%, il Regno Unito al 29%, la Francia al 26,2 %, per finire con l’Ungheria, fanalino di coda con appena il 10% di donne parlamentari. L’Italia, per la cronaca, ha il 31% di donne parlamentari (ed è un record, prima erano di meno!).

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Cissè Mariam Kaidama Sidibè. È stata Primo Ministro del Mali dal 3 aprile 2011 al 22 marzo 2012. Il Mali è un paese di 15 milioni di abitanti, di cui circa l’80% è musulmano.

Cissè Mariam Kaidama Sidibè. È stata Primo Ministro del Mali dal 3 aprile 2011 al 22 marzo 2012. Il Mali è un paese di 15 milioni di abitanti, di cui circa l’80% è musulmano.

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Ameenah Gurib-Fakim.  Biologa nota a livello internazionale, è diventata Presidente della Repubblica di Mauritius il 5 giugno 2015.

Ameenah Gurib-Fakim. Biologa nota a livello internazionale, è diventata Presidente della Repubblica di Mauritius il 5 giugno 2015.

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Dunque, pare che le “sottomesse” donne musulmane siano state a capo di importanti paesi più spesso di quanto non si creda.

Tutto questo, mentre molti “fari” della civiltà occidentale di “radici giudaico-cristiane”, come gli USA (che esistono dal 1776!), non hanno ancora MAI avuto un capo di governo donna. E lo stesso dicasi per Italia, Francia e Spagna, e tanti altri paesi.

E prossimamente, IDDIO volendo, parleremo delle donne-sultano nella storia del mondo musulmano.