La “montagna umile” non è più fra noi

In morte di Muhàmmad ‘Ali, il più amato al mondo

Ali mentre solleva la fiaccola delle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996.

Ali mentre solleva la fiaccola delle Olimpiadi di Atlanta, nel 1996.

NULLA AVVIENE A CASO – “Non si muove foglia che DIO non voglia”, recita un vecchio proverbio. Ed anche l’Islàm ci insegna che nulla avviene indipendentemente dalla volontà di DIO. Dunque, le cosiddette “coincidenze” non esistono in quanto tali.

Oggi, si accavallano tre avvenimenti molto importanti, ognuno a suo modo: l’inizio del digiuno islamico del mese di Ramadàn, la notizia della morte di Muhammad ‘Ali, e le elezioni amministrative in Italia, con la rivoluzionaria partecipazione del neonato movimento politico, “Il Popolo della Famiglia”. E secondo me questi tre avvenimenti ci regalano delle riflessioni, che noi dobbiamo legare assieme.

Chiarisco che ho scritto questo post prima di conoscere i risultati delle elezioni.

Una delle celebri battute di Muhàmmad Ali.

Una delle celebri battute di Muhàmmad Ali.

IL PIU’ GRANDE – Lo hanno chiamato “il più grande” e lo è stato, sicuramente tra gli sportivi e probabilmente anche tra le persone cosiddette “normali”.

La frase che ci ha suggerito il titolo, Muhàmmad ‘Ali la pronunciò nel 1971, dopo che la sua condanna per renitenza alla leva era stata annullata dalla Corte Suprema degli USA. A chi gli chiedeva, subito dopo la pronuncia, se avesse intenzione di festeggiare, rispose proprio così: “Ho già festeggiato, ho pregato ALLAH”.

Soprattutto questo, era Muhàmmad ‘Ali.

Muhàmmad Ali in una visita ad una moschea in Turchia.

Muhàmmad Ali in una visita ad una moschea in Turchia.

IL RITORNO ALL’ISLAM – “Cassius Clay è un nome da schiavo. Io non l’ho scelto e non lo voglio. Io sono Muhammad Ali, un nome libero. Vuol dire amato da Dio. Voglio che la gente lo usi quando mi parla e parla di me“.

Il suo “ritorno” all’Islàm fu reso noto nel 1964, subito dopo l’incontro vittorioso contro Sonny Liston, che lo aveva reso campione del mondo, nella Convention Hall di Miami, durante la conferenza stampa del dopo-match, quando ad una domanda di un cronista rispose: “Io credo in Allah e nella pace: adesso non sono più un cristiano, so dove andare e conosco la verità“. Tuttavia, le sue parole non indicavano un’avversità specifica al cristianesimo, e tantomeno una voglia di “rivoluzione” violenta. All’epoca faceva parte dei cosiddetti Black Muslims (ma questo era il nome affibbiato dai media; in realtà, l’organizzazione, capitanata da Malcom X, si chiamava La Nazione dell’Islàm), e ad un’altra domanda specifica rispose: “Voi li chiamate Musulmani Neri, e pensate che seminano odio. Noi diciamo semplicemente Islàm, che significa pace, e siamo le persone più dolci del mondo“.

Ali assieme a Malcom X, leader della “Nation of Islàm”.

Ali assieme a Malcom X, leader della “Nation of Islàm”.

Ma il “nero” che pensa, e soprattutto il nero che pensa musulmano, sono da sempre preoccupazione seria per i potenti.

Oggi tutti lo elogiano, anche molti politici che lo odiano. Ma all’epoca la stampa e l’opinione pubblica non la presero affatto bene. Uno dei giornalisti più famosi dell’epoca, Jimmy Cannon, espresse la rabbia generale del cosiddetto establishment, affermando che la sua conversione aveva trasformato la boxe in “uno strumento di odio di massa“. E il padre, Cassius senior, grido’ addirittura al plagio della mente del figlio. Ed Lassman, presidente della World Boxing Association, accuso’ Clay-Muhammad di essere “un danno per il mondo della boxe….e un brutto esempio per i giovani ovunque“. Persino Martin Luther King suggerì a Clay, come continuava a chiamarlo, che sarebbe stato meglio passasse “più tempo ad allenarsi piuttosto che a parlare“.

Nel 1972, il pellegrinaggio alla Mecca che ricorderà per sempre come una delle emozioni più forti della sua vita. E poi, dopo la fine della carriera, una vita spesa a far conoscere l’Islàm, ad aiutare l’apertura di nuove moschee, ad aiutare i poveri, musulmani e non, in tutto il mondo.

ALI mentre scherza con un bambino provetto pugile, fingendo di andare al tappeto.

ALI mentre scherza con un bambino provetto pugile, fingendo di andare al tappeto.

RAMBLE IN THE JUNGLE” – “Rissa nella giungla”, così venne denominato quello che fu senza dubbio l’incontro di pugilato più famoso della storia, che si disputò a Kinshasa. Ne venne tratto un film-documentario, “Quando eravamo re”, che vinse anche l’Oscar. Ne consigliamo la visione, perché tutto l’evento, non solo il match, fu assolutamente unico, anche nei significati simbolici.

Muhàmmad ‘Ali rappresentava, da quando era diventato musulmano, la riscossa dell’Africa, e in generale la riscossa dei deboli, degli ultimi. Ed anche in quell’incontro, il suo avversario, George Foreman, era percepito dai più, ma specialmente dagli africani, come il “nero arricchito, assimilato al potere”. Mentre ‘Ali, tutti ne erano consapevoli, era tutto meno che assimilato. E questi sono i significati più conosciuti.

Ali col re dello Zaire (Congo) a Kinshasa.

Ali col re dello Zaire (Congo) a Kinshasa.

Ma io voglio soffermarmi qui proprio sul match da punto di vista strettamente tecnico-pugilistico. George Foreman arrivò a quell’incontro all’apice della sua carriera. Aveva una forza terrificante, dicevano il pugno più forte di tutti i tempi, e aveva vinto quasi tutti i precedenti incontri per KO. Ed aveva 25 anni.

Ali di anni ne aveva 32, ed era lo sfidante. Nessuno gli dava un minimo di possibilità, e molti speravano che Foreman non esagerasse, e che non gli facesse troppo male.

La caratteristica di ‘Ali, quella che lo rese famoso, ma anche unico e vincente, era quella di danzare, danzare, muoversi in continuazione, colpire l’avversario muovendosi e non facendosi colpire quasi mai. E così fece anche in quell’occasione. Ma solo nelle fasi iniziali.

Dopo, fece una cosa che non aveva mai fatto: si mise per la gran parte del tempo in posizione immobile, alle corde, coprendosi il viso coi guantoni, e… prendendo cazzotti. Sembrava un massacro, e l’avvicinarsi di una fine pietosa, sia del match che della sua carriera. Invece, era tutto preparato.

Si era allenato proprio a quello, a correre meno e a incassare colpi ai fianchi e sulle braccia. Mentre Foreman, pensando di dover rincorrere ‘Ali, aveva basato gran parte della preparazione… sulla corsa! Il risultato fu che gran parte dei suoi colpi, innumerevoli, andarono a vuoto col risultato di togliergli ogni forza. All’ottavo round, ‘Ali lo mise KO. E chi guarda bene le immagini del momento, si accorgerà che ‘Ali, pur potendolo fare, non ha infierito sull’avversario in difficoltà, e ha fermato il suo pugno, aspettando che Foreman cadesse.

Muhàmmad Ali mentre si ferma mentre Foreman va al tappeto.

Muhàmmad Ali mentre si ferma mentre Foreman va al tappeto.

Ma, dopo aver alzato solo un attimo le mani al cielo per la vittoria, non festeggiò, ed addirittura si mise a sedere sul tappeto, mentre era circondato dagli allenatori che volevano festeggiare, e dal servizio d’ordine. Dopo, si seppe che era andato a consolare Foreman nel suo camerino, prima di rilasciare le interviste di rito.

Dunque, intelligenza, pazienza, lucidità, generosità, lealtà.

Consigliamo vivamente la visione dell’incontro qui.

LA RISPOSTA A TRUMP – Qualche mese fa, il candicato repubblicano alle prossime elezioni presidenziali USA, Donal Trump, affermò che in caso di elezione avrebbe impedito ai musulmani di entrare negli Stati Uniti, in quanto potenziali terroristi. In quell’occasione, Muhàmmad ‘Ali rilasciò la seguente dichiarazione:

“Io sono un musulmano e non c’è niente di islamico nell’uccidere persone innocenti a Parigi, San Bernardino, o in qualsiasi altra parte del mondo. I veri musulmani sanno che la violenza spietata dei cosiddetti jihadisti islamici va contro gli stessi principi della nostra religione.

Noi come musulmani dobbiamo resistere a coloro che usano l’Islàm per portare avanti i propri programmi personali. Essi hanno alienato molti dall’imparare a conoscere l’Islàm. I veri musulmani sanno o dovrebbero sapere che va contro la nostra religione provare a costringere qualcuno a convertirsi all’Islàm.

Credo che i nostri leader politici devono usare la loro posizione per sensibilizzare alla comprensione dell’Islàm e chiarire che questi assassini hanno influenzato negativamente le opinioni dei cittadini su ciò che l’Islàm è veramente.”

Si notino la chiarezza, ma anche la pacatezza e l’equilibrio di queste parole.

Ali e Foreman, grandi avversari, poi grandi amici.

Ali e Foreman, grandi avversari, poi grandi amici.

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA – Prima che se ne approprino i politici, vogliamo dire qualcos’altro di Muhammad ‘Ali. “Nessun Vietcong mi ha mai chiamato negro. Non ho mai litigato con questi Vietcong. I veri nemici della mia gente sono qui“. Questo disse nel 1966, sul perché si fosse rifiutato di arruolarsi nell’esercito americano e combattere in Vietnam. Gli costò una condanna, la squalifica dal ring, e la possibilità di guadagnare una montagna di soldi. E si comprende come il giornalista Andrea Monti, su “La Gazzetta dello Sport” di oggi, abbia potuto scrivere: “Con quella frase rabbiosa, mise KO per sempre nei nostri cuori il razzismo e il militarismo”. Muhàmmad ‘Ali era stato da sempre una persona di cuore, e intelligente, che sapeva trovare espressioni incredibilmente efficaci seppur stringatissime. Ma tutte le sue qualità, e soprattutto la maniera di farle conoscere, e di comunicare idee buone al mondo, le aveva ricevute perfezionate dal suo ritorno all’Islàm. Disse una volta, pennellando con poche parole una mirabile immagine dell’imperialismo guerrafondaio: “Il Progetto è che i Bianchi mandino i Neri a combattere i Gialli per proteggere un paese che hanno rubato ai Rossi”. Questo era Muhammad ‘Ali.

Le ingiustizie lo facevano arrabbiare, ma mai uscivano dalla sua bocca parole di odio. E della forza del suo cuore, che ne ha fatto lo sportivo, e forse l’uomo, più conosciuto e contemporaneamente più sinceramente amato in tutto il pianeta, ci raccontano più di tutte le parole della figlia Hana, che ha postato su Instagram questa testimonianza incredibile, riguardanti gli ultimi momenti della vita di suo padre:

Nostro padre era una montagna umile, e ora è tornato a casa. Dopo che gli organi sono collassati, il cuore ha continuato a battere per 30 minuti: nessuno aveva mai visto una cosa così”.

Ali malato, ma lucido e generoso sempre.

Ali malato, ma lucido e generoso sempre.

L’immagine di questo cuore che continua a battere, da solo, non aggiunge nulla alla sua vita, ma certamente ALLAH ce ne ha donato un’immagine forte.

L’UNICA STELLA SUL MURO – Un nome che non può essere calpestato. Nel 2002, anche Muhàmmad ‘Ali è stato onorato di una stella sulla Walk of Fame di Hollywood, una specie di riconoscimento che viene dato alle personalità più famose del mondo dello spettacolo; ce ne sono più di 2.500, tutte incastonate per terra, nei marciapiedi di alcune strade di Hollywood. Ma invece di essere sulla strada, come tutte le altre, quella dedicata a Muhàmmad ‘Ali appare sul muro del Kodak Theater. La ragione è che il pugile, allora 59enne, non voleva che il suo nome, lo stesso del Profeta Muhàmmad, che IDDIO lo benedica e l’abbia in gloria, venisse calpestato dalle persone che non avevano nessun rispetto per lui.

Porto il nome del nostro amato profeta Muhàmmad e non posso permettere che le persone calpestino il suo nome“, disse in occasione dell’onorificenza che stava per ricevere. Ali è l’unica stella il cui nome non è sul pavimento, ma appesa al muro.

La stella dedicata a Muhàmmad ‘Ali. E’ l’unica che non si trova in terra.

La stella dedicata a Muhàmmad ‘Ali. E’ l’unica che non si trova in terra.

DIO S’E’ PORTATO VIA IL SUO CAMPIONE” – Queste le parole pronunciate in suo ricordo dal pugile Mike Tyson, anche lui musulmano, ma con tutt’altro carattere. Ecco alcuni altri commenti sulla sua persona.

Kareem ‘Abdul Jabbar, grande ex campione di basket: “Potevo essere alto più di due metri, ma non mi sono mai sentito alto come quando ero nella sua ombra”.

Thomas Bach, presidente del CIO (Comitato Olimpico Internazionale): “Ha lottato per pace e tolleranza e ha colpito il cuore della gente in ogni angolo del mondo”.

Uno sportivo, un uomo, che tutto il mondo ha amato e ama.

Un musulmano, di cui tutti i quasi due miliardi di musulmani del mondo sono orgogliosi.

FEDE, CUORE, E PROGETTO – Ed arrivo al collegamento di cui parlavo all’inizio.

L’inizio del Digiuno del Santo mese di Ramadàn significa prepararsi a digiunare per DIO, e ad intensificare la preghiera e le opere buone.

La morte di Muhàmmad ‘Ali, e il suo cuore che ha battuto a lungo, ci ricordano che dobbiamo sempre mettere il cuore in direzione della giustizia e della pace.

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Le elezioni amministrative, con la presenza innovativa e rivoluzionaria del “Popolo della Famiglia”, ci ricordano che i primi due elementi, la fede e il cuore, vanno accompagnati dall’unità delle persone di buona volontà, in primis cristiani e musulmani, che devono farsi carico del cambiamento più importante: la costruzione di una nuova società, basata sui valori, inscindibili quanto imprescindibili, della famiglia e della solidarietà sociale. Non ci può essere vera famiglia senza solidarietà umana, e non ci può essere vera solidarietà che non si fondi prima di tutto sui valori della famiglia. E’ questa la novità assoluta del nostro messaggio.

Questo “esperimento” aconfessionale, deve prendere la direzione che in Francia ed in altri paesi d’Europa non è stata presa. Noi, non dobbiamo consentire che i valori della famiglia siano connessi a xenofobia o razzismo, che sia etnico o religioso. Così come non dobbiamo consentire che i valori della solidarietà siano esclusivi della cosiddetta “sinistra”, tradizionalmente nemica della famiglia. E’ un circolo vizioso (in realtà costruito intelligentemente e pazientemente per decenni dalle forze oscure che vogliono la fine di ogni società) che bisogna spezzare a tutti i costi, IDDIO VOLENDO.

In questo senso, abbiamo una grossa responsabilità.

Ma è l’unica via. E penso proprio che IDDIO sia con noi.