E uscì dalla Moschea “con una grande pace nel cuore”

Il reportage di un italiano sincero in Senegal

La moschea di Mbour, in Senegàl.

La moschea di Mbour, in Senegàl.

 

Ogni tanto gli scappa. Nel panorama onnipresente, invasivo e totalitario della propaganda anti-islamica di tutti i media (chi più, chi meno), spuntano di tanto delle piccole “isole felici” di verità. Esistono ancora, sempre più rari, giornalisti onesti, che fanno i loro lavoro in maniera spesso rischiosa e commovente. E le loro “visioni” vengono naturalmente relegate, quando va bene, nelle pagine culturali, o similia.

Uno di questi è Carlo Rovelli.

Il Corriere della Sera ha pubblicato (con data di oggi, ma è in edicola già da qualche giorno, e lo sarà ancora per pochi giorni), nel suo allegato settimanale a pagamento a 0,50 centesimi “La Lettura”, un suo bellissimo reportage intitolato “L’euforia dell’Africa”. E’ viaggio nel Senegàl “interno”, fuori dalla capitale Dakar, e che si conclude nella città di Mbour, di nuovo sulla costa.

Il titolo del reportage di Carlo Rovelli.

Il titolo del reportage di Carlo Rovelli.

 

Consigliamo a tutti la lettura dell’articolo nella sua interezza. E’, a nostro parere, un esempio di quello che dovrebbe essere il vero giornalismo: riportare, in modo sincero, ciò che si vede e si sente, astraendo dal proprio retroterra culturale. Ma come mai abbiamo potuto finalmente leggere un reportage sincero? Semplice: il giornalista… non è un giornalista! E svelo ai nostri lettori che, in verità, chi scrive si è accorto solo dopo aver trascritto del tutto il pezzo, e al momento di cercare su Google informazioni e immagini sull’autore, che trattavasi del Rovelli illustre fisico!

Carlo Rovelli è infatti un fisico di fama mondiale, che ha scritto recentemente due libri di gran successo e molto belli, titolati “Sette brevi lezioni di fisica” (Ed. Adelphi) e “La realtà non è come ci appare” (Ed. Cortina) e di cui ci occuperemo presto, IDDIO volendo, perchè sono il meglio che c’è nel campo della divulgazione della vera scienza. Vera scienza, che non può mai essere in contrasto con gli insegnamenti del Sublime Corano e della Nobile Sunna del Profeta Muhàmmad, che IDDIO lo benedica e l’abbia in gloria, in quanto la realtà vera della creazione non può presentare contrasti o contraddizioni con la realtà essenziale del Sommo Creatore di essa, così come ci viene fatta conoscere tramite la Sua Parola.

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E, a pensarci bene, solo un vero scienziato poteva cogliere in maniera così nitida l’essenza di VERITA’ dell’Islàm, quale si manifesta in maniera semplice quanto profonda e luminosa dentro una moschea, e che una persona intelligente e sensibile come lui non ha potuto fare a meno di evidenziare.

A Carlo Rovelli la nostra attestazione di stima.

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Ecco a voi il brano finale dell’articolo.

“… mi rendo conto che la gare routière è proprio dietro la grande moschea rosa confettino che ho visto di passaggio un paio di volte. Aveva sempre l’aria chiusa, inarrivabile, e quando avevo chiesto al ristorante dove ogni tanto qui vado a mangiare, tenuto dall’unico bianco che ho incontrato nel paese, se potevo visitarla, mi aveva borbottato un mezzo no. Ma ora c’è la gente che ne sta uscendo per la preghiera della sera. Decido di provare a entrare. Male che vada mi diranno che non posso.

C’è una catenella che isola l’area della moschea, e al di là della catenella c’è più calma. Arrivo alla cancellata. Chi esce si rimette le scarpe. Mi levo i sandali zozzi, li prendo in mano e mi incammino nel parco. Per terra c’è un soffice tappeto di finta erba. I fedeli stanno uscendo, a frotte rade, come succede dalle chiese europee. Ma sono tutti uomini. Pressochè tutti di una certa età o anziani. Mi stupisco: hanno un’aria pulita, dignitosa, serena, calma. Mi salutano incrociandomi. In molti mi sorridono. In questo paese si sorride pochissimo ma qui mi sorridono. Mi chiedo che aspetto io abbia. Sono evidentemente in condizioni di pulizia miserevoli dopo una giornata di viaggio, ho le braccia scoperte, tutti hanno maniche lunghe, ho uno zainetto a spalle, ho un cappellaccio di paglia chiaramente fuori etichetta. E ovviamente ho una pelle bianca, bianca da fare luce, da queste parti. Ma mi sorridono, mi fanno un cenno gentile. E’ chiaro che sono contenti di vedere che sto andando alla moschea. Io temevo di essere cacciato o guardato con astio…

Arrivo alla porta. Cautamente, così a piedi nudi come sono, entro, faccio qualche passo guardandomi intorno. Un giovane si affretta verso di me con l’aria preoccupata. Mi dice qualcosa che non capisco. E’ chiaro che ho fatto qualcosa di sbagliato. Mi mostra le scarpe che ho in mano e capisco: la regola non è di non entrare nella moschea con le scarpe ai piedi: è di non portare comunque scarpe dentro… Esco subito dalla porta e appoggio le scarpe fuori, dove ce ne sono altre. Faccio per rientrare ma un uomo anziano si avvicina, mi sorride e dice qualcosa al ragazzo che mi ha ripreso. Prende le mie scarpe, le mette in un sacchetto di plastica scuro e le porta lui stesso dentro la moschea, ridandomele in mano sorridendo. Io imbarazzato cerco di dirgli di no, non ho paura che me le rubino, mi va benissimo lasciarle fuori… ma lui sorride e anche il giovane sorride. Allora prendo le scarpe, li ringrazio con lo sguardo e mi riavvio all’interno della grande moschea. Sono senza parole, esistono posti al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza.

Sono oramai usciti quasi tutti. C’è ancora qualcuno ma lo spazio è vasto e dà l’impressione di un grande vuoto. Di una grande calma. Di un grande silenzio. Mi siedo per terra, sui tappeti, e appoggio la schiena a un muro. Il contrasto con l’esterno non potrebbe essere maggiore. Fuori c’è l’inferno, qui il paradiso. Tutto è pulito, impeccabilmente lindo. Sui muri, sulle colonne, c’è uno smalto bianco rilucente, nitido. I tappeti hanno un dignitoso arabesco verde scuro e nero, sono lunghissimi, semplici, eleganti, accoglienti. Distesi paralleli in file regolari. La luce è diffusa ma chiara. Gli archi e le colonne alzano lo sguardo e il cuore verso l’alto. Le poche persone ancora all’interno non parlano sottovoce, come si usa fare nelle chiese: parlano normalmente ma il loro tono di voce è calmo, quasi direi nobile. Non ci sono arredi, sfarzi, ostentazione di ricchezze, immagini di agonizzanti in croce, candele, oscurità, vecchi dipinti di facce stralunate, ori. C’è solo un grande spazio di serenità. Di accoglienza. Qualcosa di umano, di terribilmente umano, dove il cuore del fatto di essere umano pare essere il lasciarsi andare all’essenziale, all’assoluto. E d’un tratto mi sembra di intravedere per almeno un momento il cuore a me nascosto di quest’Africa qui. Quest’Africa sporca, povera, affannata, svogliata, rissosa, bellicosa, caotica, maldestra, inelegante, che nasconde dentro di sè, nel luogo che per me sembra il più inaccessibile, la dignità serena di questi uomini, la meraviglia di questo spazio perfetto offerto all’uomo perchè possa essere pienamente se stesso, la pace del cuore. Una pace del cuore profonda. E per un momento, a me, ateo convinto e senza esitazione alcuna, sembra di capire cosa possa significare per tanta gente l’abbandonarsi all’onnipotenza totale di un Dio che non è padre ma è vero e completo Assoluto.

Esco con una grande pace nel cuore. Forse sono semplici reazioni fisiche a una giornata che fra il caldo, il viaggiare, la sete, gli incontri e lo stress, è stata faticosa. Oppure forse ho imparato qualcosa, una piccola cosa in più, di questa vasta complessità che è l’umanità.”

Carlo Rovelli mentre ritira un premio per il suo libro "La realtà non è come ci appare".

Carlo Rovelli mentre ritira un premio per il suo libro “La realtà non è come ci appare”.

 

Non è stata una reazione fisica, caro Rovelli: hai avuto un assaggio di Paradiso, in un bagno di verità. Se IDDIO vuole, completerai il viaggio. Un saluto affettuoso.